Audizione del lavoratore. Differimento per malattia certificata

Il certificato medico inviato all’azienda può anche non specificare il tipo di patologia.

Il datore di lavoro, il quale intenda adottare una sanzione disciplinare, non può omettere l’audizione del lavoratore incolpato, ove quest’ultimo lo abbia espressamente richiesto.

Qualora la convocazione sia stata fissata per una certa data, l’incontro deve essere differito se il lavoratore invia un certificato medico che attesta l’impossibilità di parteciparvi, e ciò anche se il certificato è “generico”, nel senso della non menzione del tipo di patologia.

Il caso in questione ha previsto la procedura di licenziamento disciplinare adottato senza tenere conto del certificato inviato dal dipendente. L’audizione è stata fissata in un giorno in cui il lavoratore era in malattia in base alla prognosi formulata dal medico. Secondo la Suprema Corte, sbaglia il Giudice di merito a ritenere generica l’attestazione contenuta nel certificato inviato in modo tempestivo dal lavoratore.

Com’è noto, l’esercizio del potere disciplinare da parte del datore di lavoro è regolato dall’articolo 7 dello Statuto dei Lavoratori (L. n. 300/1970).

La norma citata prevede che la sanzione possa essere adottata solo a seguito di uno specifico procedimento che garantisce il diritto di difesa del lavoratore. In particolare, la procedura disciplinare prevede le seguenti fasi:

– contestazione di addebito;

– formulazione delle giustificazioni;

– comminazione della sanzione disciplinare;

– impugnazione della sanzione da parte del lavoratore.

La mancata audizione del lavoratore integra un vulnus al diritto di difesa e per legge, il datore di lavoro non può adottare alcun provvedimento disciplinare nei confronti del lavoratore senza avergli preventivamente contestato l’addebito “e senza averlo sentito a sua difesa” (art. 7 c. 2).

Come ha chiarito in più occasioni la Cassazione, la previa audizione a difesa, “una volta che l’espressa richiesta sia stata formulata dal lavoratore, costituisce in ogni caso indefettibile presupposto procedurale che legittima l’adozione della sanzione disciplinare anche nell’ipotesi in cui il lavoratore, contestualmente alla richiesta di audizione a difesa, abbia comunicato al datore di lavoro giustificazioni scritte”.

La mancata audizione preventiva del lavoratore, dunque, integra un vulnus al diritto di difesa tutelato dall’articolo 7 della L. n. 300/70 e tale principio viene, di fatto, ribadito dalla Sentenza n. 13267/2018, con cui la Suprema Corte ha stabilito che:

“Il datore di lavoro, il quale intenda adottare una sanzione disciplinare, non può omettere l’audizione del lavoratore incolpato, ove quest’ultimo lo abbia richiesto espressamente. Qualora la convocazione sia stata fissata per una certa data, l’incontro deve essere differito, se il lavoratore invia un certificato medico che attesta l’impossibilità di parteciparvi, e ciò anche se il certificato è “generico”, nel senso della non menzione del tipo di patologia”.

La Corte d’Appello di Roma ha rigettato le domande del lavoratore di accertamento dell’illegittimità del licenziamento intimatogli il 26 settembre 2008 da parte di un noto Istituto di credito italiano e conseguenti reintegratoria e risarcitoria, così riformando la sentenza di primo grado, che le aveva invece accolte, sul presupposto dell’omessa previa audizione del lavoratore, in violazione dell’art. 7 dello Statuto dei  lavoratori.

Ebbene, i Massimi Giudici hanno disposto l’annullamento con rinvio della sentenza di secondo grado perché, a loro giudizio, il lavoratore è stato inibito nell’esercizio del proprio diritto di difesa in conseguenza:

  • del non concesso differimento dell’audizione in data successiva al superamento dello stato di malattia attestato da certificato medico indebitamente ritenuto inidoneo dalla Corte territoriale. Nella motivazione della Sentenza n. 13267/2018 i giudici della Sezione Lavoro della Suprema Corte osservano:
  • che nel caso di specie, la Corte territoriale ha accertato (né le circostanze sono controverse tra le parti) come:
    • a) con lettera di giustificazione (successiva a quella di contestazione di addebito datoriale ricevuta il 20 agosto 2008) inoltrata alla banca il 28 agosto 2008, il lavoratore abbia richiesto di essere sentito personalmente e di consultare la documentazione;
    • b) essa abbia riscontrato le istanze, invitando il lavoratore alla consultazione il 1° settembre 2008 e fissandone l’audizione il 2 settembre 2008;
    • c) il predetto abbia preso visione dei documenti nella prima data e comunicato il 2 settembre la propria indisponibilità a presenziare all’audizione, chiedendone il differimento per motivi di salute;
    • d ) che la banca ha comunicato lo stesso giorno 2 il rinvio dell’audizione al 4 settembre 2008 procedendo quindi il successivo 26 settembre 2008 al licenziamento del lavoratore, senza tenere conto del certificato medico inviato il medesimo giorno 2 settembre; che essa ha ritenuto inidoneo il suddetto certificato del dott. (omissis), recante la dichiarazione del lavoratore “di essere malato dal 2 settembre 2008”, con formulazione di una prognosi “fino a tutto il 5 settembre 2008, s.c.” (…), stimandolo di tenore generico, in assenza di “alcuna attestazione che confermi lo stato di assoluta incapacità, anche a lasciare il proprio domicilio, e soprattutto, l’impedimento che la malattia frapporrebbe all’audizione in sede disciplinare ad un corretto esercizio del proprio diritto di difesa” avendo “il medico … attestato unicamente la dichiarazione ricevuta dallo stesso (omissis) di essere afflitto da una patologia rimasta affatto ignota” (così al p.to 6.4. di pg. 5 della Sentenza);
  • che tale valutazione della Corte territoriale, lungi dal consistere in un apprezzamento probatorio di merito insindacabile in sede di legittimità, si fonda su un errore di diritto, ritualmente denunciato in base ad un corretto procedimento di sussunzione della fattispecie concreta in quella generale normativa: di lesione del diritto di difesa del lavoratore così come garantito nel procedimento disciplinare dall’art. 7 Legge 300/1970;
  • che esso può ben essere esercitato dal medesimo attraverso la richiesta espressa di essere sentito nei termini di legge, come appunto nel caso di specie, avendo il datore di lavoro l’obbligo della sua audizione: essendo rimesso al giudice di merito l’accertamento in ordine al rispetto dei canoni buona fede o lealtà contrattuale nelle modalità di convocazione del lavoratore, insindacabile se congruamente motivato;
  • che allora, appuntandosi la valutazione della Corte capitolina sull’inidoneità, siccome generica, dell’attestazione contenuta nel certificato medico tempestivamente inviato dal lavoratore, occorre rilevare come esso rechi non soltanto l’espressa indicazione “Certificato di malattia per dipendenti pubblici (art. 2 d.l. 663/1979art. 15 I. 155/1981)”, ma anche il contenuto prescritto dallo stesso articolo 2, con il riscontro diretto della dichiarazione di malattia del paziente a far data dal 2 settembre 2008, siccome redatto nello stesso giorno 2 settembre 2008 (non prestandosi pertanto a sospetti di violazione deontologica, come invece nell’ipotesi di rilascio di un’attestazione relativa alle dichiarazioni del paziente in ordine al proprio stato di salute nei giorni precedenti, in quanto, pur priva di contenuto certificativo, essa è suscettibile di ingenerare il dubbio che l’assenza sia giustificata da una malattia accertata, per la provenienza da un medico e redatta sul modulario previsto per la certificazione di malattia: Cass. 9 marzo 2012, n. 3705) e con la formulazione di una prognosi “fino a tutto il 5 settembre 2008”;
  • che una tale certificazione è idonea alla maturazione del diritto all’indennità di malattia posta a carico dell’INPS (essendo poi, nell’inviare a questo Istituto il certificato medico, il lavoratore onerato, in adempimento dell’art. 2 D.L. 66/979, della verifica di risultanza del proprio indirizzo, per consentire la visita di controllo e, in difetto, dell’indicazione egli stesso del proprio domicilio durante la malattia: Cass. 18 luglio 2003, n. 11286); che la detta certificazione medica non reca l’indicazione della patologia in quanto dato sensibile suscettibile di rivelare lo stato di salute dell’interessato, come tale non generalizzabile (Cass. 8 agosto 2013, n. 18980) e pertanto diritto inviolabile della persona del lavoratore: ben potendo, per converso, il datore di lavoro verificare le assenze per infermità del proprio dipendente con visite di controllo, a norma dell’art. 5, secondo comma L. 300/1970, il cui esito sostituisce la prognosi del certificato medico iniziale, inviato dal lavoratore in adempimento del proprio obbligo di comunicazione al datore di lavoro dello stato di malattia o del suo prolungamento, fino a quando non sia sostituita da un altro giudizio tecnico e ferma restando la possibilità dell’interessato di contestare l’esattezza delle valutazioni tecniche dei sanitari (Cass.14 maggio 2003, n. 7478);
  • che pertanto un certificato medico, rispondente ai requisiti prescritti dall’art. 2 D.L. 663/1979, come quello tempestivamente inviato da (omissis) ad (omissis)p.a., se idoneo a giustificare l’assenza dal lavoro per infermità e quindi a costituire valida dispensa dall’obbligo di prestazione lavorativa, non può non avere equivalente valore per consentire la possibilità di esercizio di un diritto, quale quello, avendone fatto richiesta, di essere sentito oralmente dal datore di lavoro, attraverso il suo legittimo differimento per la documentata infermità;
  • che una tale documentata richiesta non è seriamente equiparabile a quella di un differimento dell’incontro in base ad una meramente disagevole o sgradita possibilità di presenziare, sussistendo l’obbligo di accogliere la richiesta del lavoratore solo qualora rispondente, come appunto nel caso di malattia certificata, ad un’esigenza difensiva non altrimenti tutelabile; che dalle superiori argomentazioni discende allora l’accoglimento del motivo, con assorbimento degli altri e la cassazione della sentenza impugnata, in relazione al motivo accolto, con rinvio, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione;

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbiti gli altri; cassa la sentenza, in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione.

Stefano Capuano