Chi ha vinto? Il Governo o i Benetton?

Solo all’alba è stato trovato l’accordo tra il Governo e la holding della famiglia Benetton per risolvere il dossier Atlantia, che dal crollo del Ponte Morandi ha tenuto banco sul tavolo di Conte.

Finalmente sembra sia stata messa la parola fine alla vertenza tra il Governo italiano e i Benetton a proposito del dossier Atlantia all’indomani del crollo del Ponte Morandi di Genova.

Dopo una notte di trattative in parallelo tra le varie anime del Governo e gli sherpa dei Benetton, all’alba la fumata bianca.

I dettagli dell’operazione sono stati resi noti con un comunicato della Presidenza del Consiglio che spiega i termini della transazione:

– misure compensative a esclusivo carico di Aspi per il complessivo importo di 3,4 miliardi di euro;

– riscrittura delle clausole della convenzione al fine di adeguarle all’art. 35 del D.l. del 30 dicembre 2019, n. 162;

– una maggiore attenzione del sistema dei controlli a carico del concessionario;

– aumento delle sanzioni anche in caso violazioni, lievi o importanti, da parte del concessionario;

– rinuncia a tutti i giudizi promossi in relazione alle attività di ricostruzione del ponte Morandi, al sistema tariffario, compresi i giudizi promossi avverso le delibere dell’art. 35 del D.l. “Milleproroghe”;

– accettazione di una significativa moderazione della dinamica tariffaria

Per tutto quanto concerne l’assetto societario del concessionario Atlantia Spa e Aspi si sono impegnate a garantire:

– l’immediato passaggio del controllo di Aspi a un soggetto a partecipazione statale, Cdp, attraverso sia la sottoscrizione di un aumento di capitale riservato da parte di Cdp, sia all’acquisto di quote partecipative da parte di investitori istituzionali;

– la cessione diretta di azioni Aspi a investitori istituzionali di gradimento di Cdp, con un’impegno di Atlantia a non destinare in alcun modo tali risorse alla distribuzione di dividendi;

– la scissione proporzionale di Atlantia, con l’uscita di Aspi dal perimetro di Atlantia e la contestuale quotazione di Aspi in Borsa. Gli azionisti di Atlantia valuteranno la smobilizzazione delle quote di Aspi, con conseguente aumento del flottante.

In alternativa, è sempre la Presidenza del Consiglio a precisare: «Atlantia ha offerto la disponibilità a cedere direttamente l’intera partecipazione in Aspi, pari all’88%, a Cdp e a investitori istituzionali di suo gradimento».

A questo punto la domanda è: chi ha vinto il Governo italiano o i Benetton?

A giudicare dal forte rialzo, oltre il 25% di guadagno delle azioni Atlantia alla Borsa di Milano a poche ore dall’annuncio dell’accordo, avrebbero vinto i Benetton che hanno visto rivalutarsi la loro partecipazione in maniera davvero cospicua. Di solito i mercati premiano sempre chi esce vincitore e non il perdente.

Ora la domanda è ma davvero vi era necessità e bisogno di trascinare per due anni tutta la vicenda?

Che i Benetton partissero avvantaggiati nella trattativa era cosa nota a tutti meno che ai pentastellati che per un mero calcolo elettorale e politico ne hanno fatto un cavallo di battaglia a beneficio esclusivo dell’opinione pubblica, ma nettamente al di fuori di quelle che erano le norme contrattuali previste nel contratto a suo tempo sottoscritto. Norme che prevedevano pesanti penali in caso di revoca della concessione, assorbimento di tutti i dipendenti di Aspi nello Stato. Un contratto di concessione che definire capestro per lo Stato è un eufemismo.

Un contratto che non è stato mai reso pubblico a beneficio dei cittadini e dell’opinione pubblica, motivi di privacy? Motivi di opportunità politica? Visto che tale convenzione, oggi in vigore, fu sottoscritta da un governo a guida Dem, Romano Prodi, nell’ottobre del 2007 e divenuta poi legge per effetto conseguente nel 2008 con Berlusconi Presidente che nulla potè per eventuali modifiche?

Ma torniamo allo status quo. I Benetton escono da Aspi, dopo averne beneficiato economicamente per molti anni con utili da capogiro, avendo tra l’altro omesso di effettuare tutti gli investimenti necessari e previsti dalla convenzione in essere per la manutenzione alla quale erano obbligati. Ne escono con un indennizzo riveduto: non più i 23mld inizialmente previsti ma bensì 7mld, cifra cmq di tutto rispetto, prevista nel Dl Milleproroghe.

Il controllo di Aspi passerà a Cdp con il 51%, che obbliga i Benetton a scendere dall’attuale 88% al 37%, che rappresentano pur sempre una bella fetta dell’azionariato, e con i quali occorrerà comunque nell’arco del tempo occorrente al perfezionamento del tutto, fare i conti, e siamo altresì pronti a scommettere che non tutti i passaggi dell’accordo raggiunti questa notte saranno resi pubblici, e quindi è lecito aspettarsi qualche altra sorpresa nel corso dei mesi che verranno.

Il vero nodo del problema non è l’equità o meno dell’accordo raggiunto, ma la fine di accordi che prevedono vantaggi a senso unico per i privati e svantaggi, sempre a senso unico, per la comunità.

Ancora una volta abbiamo assistito ai soliti pasticci all’italiana: convenzioni, concessioni e contratti a favore di privati con vantaggi esclusivi, al contrario degli oneri e degli svantaggi tutti a carico della comunità.

L’appello è di abbandonare le diatribe politiche, elettorali, la comunicazione di parte, ma di mettere al centro l’interesse nazionale e di non cedere a facili, e molte volte convenienti accordi che potrebbero lasciar presagire interessi privati, a svantaggio degli interessi pubblici.

Tutto questo condito questa volta dalle campagne politiche elettorali dei vari partiti della maggioranza, che anche su questo tema si sono indecorosamente divisi dando luogo all’ennesima prova di quanto il Governo Conte sia unito solamente da un attaccamento al seggio e alla poltrona.

E tutto questo sotto gli occhi del Presidente Mattarella, che pur non avendo nessun ruolo istituzionale tale da potergli garantire un minimo margine di intervento, ma potendo contare su quella “moral suasion” di cui molte volte si parla e vi si fa ricorso nei momenti bui, assiste a tutto ciò senza poter intervenire.

L’epoca del supermarket IRI, dove facevano spesa grandi gruppi industriali, italiani e non, non è ancora terminata.

Lorenzo Ferragamo