Dispositivi di sicurezza manomessi. Segnalazione o scatta licenziamento

Il licenziamento scatta anche in presenza della mancata comunicazione all’azienda della sistematica manomissione dei dispositivi per la sicurezza dei macchinari.

Il Responsabile di Reparto può essere licenziato senza preavviso, qualora abbia omesso di informare l’azienda per il tramite del Superiore gerarchico e del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, della sistematica manomissione, da parte degli operai da lui coordinati, dei dispositivi adottati per garantire la sicurezza dei macchinari utilizzati per lo svolgimento delle mansioni loro assegnate.

La questione sottoposta all’attenzione della Suprema Corte ruota attorno all’interpretazione degli artt. 69 e 70 del C.C.N.L. Industria Alimentare concernenti, rispettivamente: 

  • fatti che danno luogo all’ammonizione, alla multa o alla sospensione (quindi sanzioni conservative);
  • fatti che invece danno luogo al licenziamento per cause disciplinari.

Al riguardo, l’addebito mosso dalla Società datrice di lavoro è stato ricondotto dalla sentenza impugnata alla previsione dell’art. 70, mentre il difensore del lavoratore ha sostenuto la sussimibilità del fatto contestato alla previsione dell’art. 69.

I Massimi giudici hanno avallato la ricostruzione operata dal Giudice di merito, cosicché è stata confermata, in via definitiva, la statuizione di legittimità del licenziamento “in tronco” del ricorrente con provvedimento Cass. Sez. L Sent. n. 8621 del 7 maggio 2020.

Il licenziamento per giusta causa è stato intimato al Responsabile del reparto “magazzino freddo”, composto da 24 operai, per aver omesso di informare i propri superiori gerarchici e il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione della sistematica manomissione, da parte dei carrellisti, dallo stesso coordinati, dei dispositivi di rallentamento di velocità dei carrelli (cd. sistema tartaruga), manomissione accertata a seguito di un incidente avvenuto in azienda.

La Corte di merito:

  • ritenute provate la consapevolezza – in capo al ricorrente – delle manomissioni effettuate dai carrellisti al sistema di sicurezza dei carrelli e l’omessa informazione del Superiore gerarchico e del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione;
  • considerati il ruolo di responsabilità rivestito e le conseguenze (quali incidenti tra carrelli, con conseguente grave pericolo alla incolumità degli operai) derivanti dalla disattivazione del sistema di rallentamento ha escluso la riconducibilità della condotta nell’ambito delle infrazioni punite con sanzione conservativa dall’art. 69 del C.C.N.L. Industria Alimentare;
  • non ricorrendo una mera colpa lieve, ossia una mancata “tempestiva” informazione del superiore della esistenza di guasti o irregolarità di funzionamento (da ritenersi isolati, fortuiti ed occasionali nell’intenzione delle parti sociali);
  • bensì una mancata comunicazione di plurime e sistematiche manomissioni di un sistema di sicurezza introdotto per salvaguardare l’incolumità dei lavoratori, con conseguente giustificata adozione, da parte dell’azienda, del provvedimento espulsivo.

Molto brevemente, la Difesa, con il ricorso per cassazione il lavoratore ha lamentato: 

  • l’errata interpretazione delle norme della contrattazione collettiva;
  • l’errata valutazione degli elementi forniti al Giudice per appurare la non volontarietà dell’omessa informazione;
  • l’errata valutazione della circostanza che l’incidente, che aveva rivelato le manomissioni di cui è causa, non fosse conseguenza diretta di esse;
  • la violazione di legge per l’applicazione al Responsabile dell’officina di una sanzione conservativa invece che del licenziamento, nonostante la contestazione nei suoi confronti del medesimo fatto.

Ebbene, la Suprema Corte, all’esito della sua indagine in merito all’operato del Giudice di appello, sollecitata dal difensore del lavoratore, non ha riscontrato la fondatezza di alcuna delle censure sopra elencate, e pertanto ha disposto il rigetto del ricorso con relativa condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Quanto poi al fatto che, a fronte della medesima contestazione disciplinare, il ricorrente è stato licenziato mentre il suo “complice” (Responsabile dell’officina) soltanto punito con una sanzione conservativa, la Suprema Corte ha osservato che il Giudice di merito ha appurato, con accertamento in fatto insindacabile nel giudizio di legittimità in quanto congruamente e logicamente motivato, la diversità delle condotte.

In ogni caso, la Corte di merito ha posto l’accento sulla maggiore gravità del comportamento del ricorrente, alla luce del ruolo ricoperto, dell’elemento soggettivo e dell’esistenza di precedenti inadempienze.

In conclusione, il ricorso del Capo Reparto è stato rigettato e le spese di lite hanno seguito il criterio della soccombenza (art. 91 C.P.C.).

Stefano Capuano