Distacco per incrementare la polivalenza funzionale del dipendente

La tutela del lavoratore prevista dal D.Lgs. 276/2003, non è azionabile quando il distaccamento è occasionato da una momentanea crisi produttiva e sia temporaneo e motivato dall’interesse del distaccante all’incremento della polivalenza professionale del lavoratore.

Con riferimento all’istituto del distacco del lavoratore (nella specie, a oltre 50 km di distanza), dalla lettura di una recente sentenza della Corte di Cassazione emerge che, la tutela costitutiva nei confronti dell’utilizzatore, ex art. 30 comma 4-bis D.lgs. n. 276/2003, non è azionabile quando il distacco, occasionato da una momentanea crisi produttiva, sia temporaneo e motivato dall’interesse del distaccante all’incremento della polivalenza funzionale del dipendente.

Il provvedimento deriva da una sentenza della Cass. Sez. Lav. Ord. n. 18959 dell’11 settembre 2020. Il caso pone l’accento sulla  domanda giudiziale volta al sentir dichiarare l’inefficacia del distacco perché posto in essere in frode alla legge e, comunque, in violazione delle condizioni di liceità di cui all’art. 30 del D.lgs. n. 276 del 2003, con condanna della Società utilizzatrice alla costituzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e con riconoscimento di ogni consequenziale effetto retributivo, di inquadramento e riparametrazione di ciascun istituto contrattuale conformemente a tale rapporto di lavoro;  i Giudici del merito hanno respinto la domanda e la Suprema Corte ha confermato tale verdetto in via definitiva.

Nel caso di specie il lavoratore non si è opposto al distacco disposto a oltre 50 km di distanza, salvo poi eccepire, in sede giudiziale, profili di illegittimità quali:

  1. a) il mutamento delle mansioni senza il suo consenso;
  2. b) il trasferimento a oltre 50 km in assenza di comprovate ragioni tecniche, organizzative, produttive o sostitutive.

Quest’ultima eccezione, però, secondo i Giudici del merito è rimasta indimostrata mentre è risultata indubbia la temporaneità del distacco così come l’esistenza di un effettivo interesse del distaccante, consistito nell’intento di non disperdere, nell’ambito di una passeggera crisi produttiva in atti documentata, il patrimonio professionale di impresa costituito dal complesso delle competenze di ciascun dipendente e anzi di incrementare la polivalenza funzionale individuale, come dimostrato dall’assegnazione di mansione diverse da quelle svolte nello stabilimento di origine.

La Corte d’Appello, in riforma della pronuncia emessa dal Tribunale, ha respinto la domanda proposta dal lavoratore, dipendente della Società distaccante, nei confronti della Società utilizzatrice, al fine di sentire dichiarare l’inefficacia del distacco disposto nei suoi confronti dal 20.5.2009 al 20.2.2010.

La Corte territoriale, dopo avere illustrato i presupposti e i requisiti dell’istituto del distacco ex art. 30 del D.lgs. n. 276 del 2003, ha ritenuto che nella fattispecie in esame: 

  • fosse ravvisabile l’interesse del distaccante, consistito nella utilità, occasionata dalla temporanea crisi produttiva, di non disperdere il patrimonio professionale d’impresa costituito dal complesso delle competenze di ciascun dipendente e anzi di incrementare la polivalenza funzionale individuale;
  • che il distacco era, altresì, connotato dal requisito della temporaneità.

Il Giudice di secondo grado ha osservato che la tutela costitutiva ai sensi citato art. 30 comma 4-bis nei confronti dell’utilizzatore è diretta a garantire le ragioni del dipendente e cioè solo laddove sono stati intaccati i requisiti essenziali del distacco, cioè la temporaneità e l’interesse del distaccante a che il lavoratore svolga la propria attività presso un terzo.

La Corte di merito ha, infine, evidenziato conformemente ai principi giurisprudenziali che si sono affermati nella giurisprudenza di legittimità e nella dottrina prevalente che l’interesse al distacco può essere anche di natura non economica o patrimoniale in senso stretto, ma di tipo solidaristico l’importante è che non si risolva in una mera somministrazione di lavoro altrui.

Ebbene, avverso la decisione del Giudice di secondo grado, il lavoratore ha proposto ricorso per cassazione affidato a cinque motivi, che sono stati tutti respinti dai giudici della Suprema Corte che, pertanto, hanno reso definitiva la statuizione della sentenza impugnata.

La decisione è stata motivata dagli Ermellini come di seguito esposto in alcuni passi della sentenza: “…in ordine, invece, alle modalità operative del distacco e, in particolare alle mansioni affidate e svolte, la Corte ha valutato tali profili non incorrendo, pertanto, nel dedotto vizio di “omesso fatto” ex art. 360 n. 5 cpc (nuova formulazione applicabile ratione temporis), evidenziando che proprio le mansioni assegnate, diverse da quelle espletate presso il distaccante, costituissero un indice sintomatico del perseguito incremento della polivalenza professionale, tanto è che erano state avanzate autonome domande di superiore inquadramento da parte dei lavoratori (pag. 13 10 cpv della gravata sentenza)…”.

“…nel caso in esame la Corte territoriale è giunta alla conclusione che la domanda proposta fosse finalizzata a contrastare i presupposti dell’art. 30 c. 1, atteso che non vi era stata mai opposizione formale al distacco (avvalorando quindi un consenso tacito), che le richieste erano tutte incentrate sulla istanza di tutela ex art. 30 c. 1 D.Igs. n. 276 del 2003 e che le problematiche sul mutamento delle mansioni e sul trasferimento oltre i 50 Km erano state ritenute indimostrate, contraddittorie rispetto a quanto dedotto per altri fini e non supportate da allegazioni in concreto”.

Al rigetto del ricorso è seguita la condanna del lavoratore al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, con l’ulteriore aggravio del cd. “raddoppio” del contributo unificato.

Stefano Capuano

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