Giustificato motivo oggettivo per licenziamento e libertà di iniziativa economica

L’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce motivo valido ai fini del licenziamento del dipendente.

Ai fini della legittimità del licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, l’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro deve necessariamente provare. Qualora, però, il Giudice accerti in concreto l’inesistenza della ragione organizzativa o produttiva posta a base del recesso, questo sarà ingiustificato, per la mancanza di veridicità o la pretestuosità della causale addotta.

Il caso

Soppressione di due posizioni lavorative in un’azienda di trasporti, per eccedenza sul livello occupazionale necessario a garantire l’appalto del servizio (nella specie, scolastico), prevedendo il relativo capitolato, un unico assistente per ogni automezzo destinato al trasporto degli alunni.

La Sezione lavoro della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 15400/2020 depositata il 20 luglio, in tema di licenziamento individuale intimato per giustificato motivo oggettivo, si è allineata all’orientamento, ormai prevalente, che valorizza la libertà d’iniziativa economica dell’imprenditore sancita nell’art. 41 della Costituzione.

Pertato in base all’orientamento seguito, l’andamento economico negativo dell’azienda (quindi la crisi economica) non costituisce un presupposto fattuale che il Datore di lavoro deve necessariamente provare e il Giudice accertare, ai fini della legittimità del licenziamento, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all’attività produttiva e all’organizzazione del lavoro, tra le quali non possono essere aprioristicamente o pregiudizialmente escluse quelle che attengono a una migliore efficienza gestionale o produttiva ovvero anche quelle dirette ad un aumento della redditività d’impresa.

Così, tra le più recenti, Cass. civ. Sez. L: n. 25201 del 7/12/2016; n. 10699 del 3/05/2017; n. 31158 del 3/12/2018; n. 19302 del 18/07/2019; n. 8661 del 28/03/2019

Quanto sopra non significa che la decisione imprenditoriale sia sottratta a ogni controllo e sfugga a ben precisi limiti.

Resta saldo il controllo da parte del Giudice sulla effettività e non pretestuosità della ragione concretamente addotta dall’imprenditore a giustificazione del recesso.

In primis l’inesistenza del fatto posto a fondamento del licenziamento così come giudizialmente verificata rende in concreto il recesso privo di effettiva giustificazione. Inoltre deve sempre essere verificato il nesso causale tra l’accertata ragione inerente all’attività produttiva e all’organizzazione del lavoro come dichiarata dall’imprenditore e l’intimato licenziamento in termini di riferibilità e di coerenza rispetto all’operata ristrutturazione.

In secundis ove il nesso non sussiste, si disvela l’uso distorto del potere datoriale, emergendo una dissonanza che smentisce l’effettività della ragione addotta a fondamento del licenziamento

La Corte d’Appello dell’Aquila ha rigettato il reclamo proposto da un’azienda di trasporti avverso la sentenza di primo grado che, a sua volta, aveva rigettato l’opposizione all’ordinanza dello stesso Tribunale, che aveva dichiarato illegittimo il licenziamento intimato a una lavoratrice, a causa della soppressione del relativo posto di lavoro.

La Corte aquilana ha ritenuto la manifesta insussistenza del giustificato motivo oggettivo e condannato la convenuta alla reintegrazione della lavoratrice e all’indennità risarcitoria in misura di dodici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

A questo punto la Società datrice di lavoro ha proposto ricorso dinanzi alla Suprema Corte e ha ottenuto, sulla base dei due motivi formulati, l’annullamento della sentenza a sé sfavorevole emessa dal Giudice di secondo grado.

La Società ricorrente ha dedotto:

1) violazione e falsa applicazione degli artt. 1324, 1362, 1363 cod. civ., per erronea esclusione, in base a non corretta interpretazione dei motivi indicati nella comunicazione di recesso, della prova della loro effettività nella riorganizzazione aziendale comportante la soppressione di due posizioni di lavoro (tra cui quella della controparte), divenute superflue rispetto alla gestione del servizio di autotrasporto degli alunni;

2) violazione e falsa applicazione degli art. 41 Cost., 3 L. 604/1966, per esclusione del giustificato motivo oggettivo nonostante l’effettiva e non pretestuosa opera di riorganizzazione, consistita nella soppressione della posizione della lavoratrice.

I Massimi giudici, nel rinviare la causa a una diversa Sezione della Corte dell’Aquila per nuovo esame, hanno formulato le seguenti considerazioni:

“…i due motivi, congiuntamente esaminabili per ragioni di stretta connessione, sono fondati”

“…secondo consolidato indirizzo di questa Corte, meritevole di continuità, ai fini della legittimità del licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, l’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare, essendo sufficiente che la scelta imprenditoriale abbia comportato la soppressione del posto di lavoro: scelta, questa, che non è sindacabile nei suoi profili di congruità ed opportunità; ove, però, il giudice accerti in concreto l’inesistenza della ragione organizzativa o produttiva, il licenziamento risulterà ingiustificato per la mancanza di veridicità o la pretestuosità della causale addotta (Cass. 7 dicembre 2016, n. 25201; Cass. 3 maggio 2017, n. 10699; Cass. 3 dicembre 2018, n. 31158; Cass. 18 luglio 2019, n. 19302); essendo sempre necessario che dette ragioni incidano, in termini di causa efficiente, sulla posizione lavorativa ricoperta dal lavoratore licenziato, solo così potendosi verificare la non pretestuosità del recesso (Cass. 28 marzo 2019, n. 8661)”

Nel caso di specie la Corte territoriale, pure avendo accertato l’effettiva soppressione della posizione della lavoratrice licenziata e la diretta dipendenza causale (del recesso) dalla ragione riorganizzativa aziendale, comunicata nella lettera di licenziamento ed effettivamente realizzata, ha disatteso i superiori principi di diritto per ragioni – chiosano gli Ermellini – “essenzialmente riconducibili all’assenza di effettive motivazioni economiche; in particolare queste ultime sono state ricondotte al non dimostrato squilibrio tra costi di gestione e margini di competitività dell’impresa e alla mancanza di allegazione della variabile di incidenza dei costi e degli effetti sulla redditività nel mercato, oltre che alla insostenibilità economica di un organico composto da due ulteriori unità; ma ciò integra una insindacabile valutazione di scelte imprenditoriali, che si pone in violazione dell’art. 41 Cost.”.

Pertanto gli Ermellini hanno accolto il ricorso della Società e annullato, per l’effetto, la sentenza impugnata, con rinvio della causa alla Corte d’appello dell’Aquila, affinché proceda a un nuovo esame del caso attenendosi i suesposti principi di diritto.

Stefano Capuano