Il certificato dei Carichi Pendenti non può essere impugnato

La certificazione dei carichi pendenti non rientra nel novero degli atti impugnabili dal contribuente dinanzi al Giudice tributario ex art. 19 D.lgs. n. 546/92, trattandosi di una mera constatazione delle risultanze delle iscrizioni a ruolo.

La certificazione dei carichi pendenti non rientra nel novero degli atti impugnabili dal contribuente dinanzi al Giudice tributario ex art. 19 D.lgs. n. 546/92, trattandosi di una mera constatazione delle risultanze delle iscrizioni a ruolo. A precisarlo è l’ordinanza n. 13536/2020 della Corte di Cassazione (Sez. 5 civ.), depositata il 2 luglio, relativa a un questione che nella giurisprudenza di legittimità non è mai stata in precedenza affrontata.
Il caso – La Commissione Tributaria Regionale del Lazio, in riforma della sentenza di prime cure, ha dichiarato ammissibile il ricorso proposto dalla Società contribuente contro la “certificazione dei carichi pendenti”, ove si attestava l’iscrizione a ruolo di due cartelle di pagamento definite con condono ex art. 12 L. n. 289/02.
L’Agenzia delle Entrate ha conseguentemente instaurato il giudizio di legittimità, per lamentare la violazione di legge con riferimento all’art. 19 del D.lgs. n. 546 del 1992, sulla base dell’assunto che la “certificazione dei carichi pendenti”, contrariamente ha quanto affermato dalla C.T.R., non è annoverabile tra gli atti impugnabili dal contribuente dinanzi al Giudice tributario.
La Suprema Corte ha condiviso la tesi erariale.
Principi di diritto – Preso atto della mancanza di precedenti specifici sulla questione controversa, i Massimi giudici hanno premesso che l’art. 19 citato è suscettibile di interpretazione estensiva, e ciò comporta la facoltà di ricorrere avverso tutti gli atti adottati dall’Ente impositore che, con l’esplicitazione delle concrete ragioni (fattuali e giuridiche) che la sorreggono, porti, comunque, a conoscenza del contribuente una ben individuata pretesa tributaria, senza necessità di attendere che la stessa, ove non sia raggiunto lo scopo dello spontaneo adempimento cui è naturaliter preordinato, si vesta della forma autoritativa di uno degli atti dichiarati espressamente impugnabili dal D.lgs. n. 546/92, art. 19.
Alla stregua di tale orientamento, gli Ermellini hanno osservato, in particolare, che alla luce del contenuto e della certificazione dei carichi pendenti, anche nella versione antecedente alla regolamentazione prevista dal D.lgs. 12 gennaio 2019 n. 14 (cd. Codice della crisi d’impresa), è evidente che si tratta di un documento destinato a fornire informazioni sintetiche e riassuntive sull’esistenza, sulla consistenza, sulla natura e sullo stato dei debiti tributari per consentire di valutare l’affidabilità e la solvibilità del contribuente in sede contrattuale, amministrativa o giudiziaria.
A parere di questa Corte, dunque, il tenore sommario e riepilogativo di tale certificato esclude l’idoneità a contenere un’informazione completa ed esaustiva su qualsivoglia (autonoma e/o nuova) pretesa impositiva (diretta o indiretta), con la conseguenza della non impugnabilità dello stesso in quanto tale per la assoluta mancanza di interesse (ex art. 100 cod. proc. civ.) del debitore a richiedere ed ottenere il suo annullamento in sede giurisdizionale.
D’altra parte, la tutela del diritto di difesa del contribuente attraverso l’esercizio dell’impugnazione dell’atto impositivo (specialmente se “atipico” rispetto all’elencazione dell’art. 19 del D.lgs. n. 546/92) dinanzi al Giudice tributario esige l’autosufficienza del suo contenuto sul piano della enunciazione (ancorché stringata) dei presupposti fattuali e delle ragioni giuridiche della pretesa impositiva, soprattutto quando (come, per l’appunto, nel caso di specie) si tratti del diniego di ammissione ad una definizione agevolata, non bastando a tal fine la mera indicazione dei debiti che risultano ancora iscritti a ruolo per l’esito negativo dell’istanza di condono. In tal caso, quindi, acquisendo contezza delle pretese creditorie dell’Amministrazione Finanziaria attraverso la menzione fattane nel certificato in parola, il contribuente ha facoltà di far valere le proprie ragioni con l’impugnazione degli atti impositivi dinanzi al Giudice tributario. Pertanto – chiosano gli Ermellini – «non ha alcuna utilità sul piano pratico il riconoscimento di una tutela anticipatoria dinanzi al giudice tributario in relazione ad una certificazione dal contenuto generale ed onnicomprensivo, destinata a fornire un’informazione riassuntiva, in forma sintetica e riepilogativa, circa ogni tipologia di debito tributario a carico del contribuente, senza alcun diretto collegamento con gli atti e i provvedimenti che si inseriscono nella sequenza procedimentale per l’accertamento e la riscossione dei singoli tributi. Ne deriva che il tenore stesso del documento in questione – anche per come è stato ora concepito dal legislatore – non garantisce il livello minimo di cognizione sulle singole pretese tributarie, che è indispensabile per l’esercizio del diritto di difesa dinanzi al giudice tributario».
Respinto l’originario ricorso della Società – In definitiva, dunque, in accoglimento del ricorso erariale, il Collegio di legittimità ha deciso la causa nel merito con rigetto dell’atto introduttivo della lite (perché inammissibile). Le spese dell’ultimo grado di giudizio sono state compensate tra le parti, attesa l’inesistenza di precedenti nella giurisprudenza della Suprema Corte sulle questioni trattate.

Stefano Capuano