Il divieto di licenziamento al tempo del Covid

A causa dell’emergenza Covid il Governo ha disposto il divieto di licenziamento. Chi ne usufruisce e chi lo subisce.

Una delle misure messe in atto dalla normativa emanata per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da Covid-19 è stata l’introduzione del divieto di licenziamento individuale (per giustificato motivo oggettivo) e collettivo.

Trattasi di una ‘‘bolla sospensiva’’ durante la quale la libertà di iniziativa economica privata viene inevitabilmente limitata, al fine di preservare i posti di lavoro e di evitare che l’emergenza sanitaria in atto e la conseguente crisi economica possano imporre ai datori di lavoro di ridurre il personale in forza.

I Soggetti che beneficiano del divieto sono i lavoratori subordinati, e coloro che subiscono il divieto sono i datori di lavoro privati.

Per non rientrare nel divieto i datori di lavoro debbono:

–          avere integralmente fruito dei trattamenti di integrazione salariale riconducibili all’emergenza epidemiologica da Covid-19;

–          aver integralmente fruito dell’esonero dal versamento dei contributi previdenziali previsto dall’art. 14 comma 1 del D.L. n. 104/2020.

Con il D.L. n. 104/2020 il Legislatore ha previsto anche una serie di casistiche, confermate poi anche dal D.L. n. 137/2020, in cui il datore può legittimamente procedere con i recessi:

–          licenziamenti motivati dalla cessazione definitiva dell’attività;

–          ipotesi di accordo collettivo aziendale;

–          licenziamenti intimati in caso di fallimento.

Sono comunque esclusi dal divieto:

–          i licenziamenti DISCIPLINARI;

–          i licenziamenti determinati dal SUPERAMENTO DEL PERIODO DI COMPORTO;

–          i licenziamenti dei DIRIGENTI;

–          i licenziamenti DURANTE O AL TERMINE DEL PERIODO DI PROVA;

–          i licenziamenti dei LAVORATORI DOMESTICI;

–          i recessi dai contratti di CO.CO.CO.;

–          la cessazione del RAPPORTO DI APPRENDISTATO AL TERMINE DEL PERIODO FORMATIVO.

Il D.L. n. 18/2020, c.d. Decreto Cura Italia, come integrato e modificato dall’art. 80 del Decreto Rilancio n. 34/2020, aveva previsto il divieto in parola dal 17 marzo e fino al 17 agosto 2020.

Con l’art. 14 del D.L. n. 104/2020, c.d. Decreto Agosto, il Legislatore ha prorogato il divieto di cui sopra a far data dal 15 agosto 2020 e, mitigandone la rigidità, ha previsto che a certe condizioni i datori di lavoro possano non rispettarlo: si tratta delle ipotesi di fruizione dei trattamenti di integrazione salariale riconducibili all’emergenza epidemiologica da Covid-19 o l’utilizzo dell’esonero dal versamento dei contributi previdenziali.

Con il D.L. n. 34/ 2020, c.d. Decreto Rilancio, era stata introdotta la possibilità di revocare il recesso per il datore di lavoro che, nel periodo tra il 23 febbraio 2020 e il 17 marzo 2020, avesse proceduto a licenziamenti per giustificato motivo oggettivo. La revoca del licenziamento era possibile solo se conseguentemente si procedeva con la richiesta del trattamento di cassa integrazione salariale. In tal caso, il rapporto di lavoro si intendeva ripristinato senza soluzione di continuità, senza oneri ne´ sanzioni per il datore di lavoro.

Rimanendo sul tema, il seguente D.L. n. 104/2020, c.d. Decreto Agosto, ha esteso tale possibilità di revoca a qualunque licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato nell’anno 2020.

Parallelamente, per evitare poi il possibile vuoto di tutela che si sarebbe venuto a creare per i lavoratori ingiustamente licenziati in violazione del divieto legale, l’INPS ha tenuto a precisare che il lavoratore, illegittimamente licenziato, avrebbe comunque avuto diritto a percepire la NASpI, cioè il trattamento di sostegno al reddito in caso di disoccupazione involontaria. Tuttavia, in questi casi, la corresponsione della NASpI da parte dell’INPS sarebbe avvenuta con riserva di ripetizione di quanto pagato, nell’ipotesi in cui il lavoratore licenziato, a seguito di contenzioso giudiziale o stragiudiziale, fosse stato reintegrato nel posto di lavoro. In occasione della conversione in legge del D.L. n. 104/2020, il Legislatore ha soppresso la possibilità per i datori di lavoro di revocare il recesso per giustificato motivo oggettivo intimato in violazione del divieto legale di licenziamento. Di quest’ultima, infatti, non si fa menzione nel D.L. n. 137/2020.

Con l’abrogazione della possibilità di revoca “straordinaria” viene quindi ripristinata la disciplina ordinaria della revoca del licenziamento introdotta dalla L. n. 92/2012, conosciuta anche come “Legge Fornero”, che la assoggetta a un termine di quindici giorni dalla comunicazione al datore di lavoro dell’impugnazione del recesso. Dato quindi che l’eventuale licenziamento per giustificato motivo oggettivo si porrebbe in un ambito di illiceità, il lavoratore avrebbe la possibilità di procedere con la sua impugnazione ricorrendo quindi al giudice per ottenere la tutela reale ossia la reintegrazione nel posto di lavoro o la tutela obbligatoria.

Come indicato all’art. 6 L. n. 604/1966, il licenziamento deve essere impugnato dal lavoratore, a pena di decadenza, entro 60 giorni dalla sua ricezione mediante atto scritto anche stragiudiziale.

Il predetto termine di impugnazione si applica a tutti i casi di invalidità del licenziamento e, quindi, anche al licenziamento nullo, annullabile e inefficace.

Stefano Capuano

Richiedi una consulenza

Fiscolexnews oltre ad offrire ai propri lettori informazioni e aggiornamenti sui principali argomenti in materia fiscale, legale e del mondo dell’impresa, implementa il proprio servizio offrendo la sezione “Richiedi una consulenza”. Sarai messo in contatto diretto con i nostri esperti nelle varie materie, che saranno pronti a fornire consulenze mirate e specifiche su quesiti ad hoc.