Il “Watever it takes” e l’impegno dell’Europa. Un “Recovery Fund” che vale più del piano Marshall

Un “Recovery Fund” che ha il sapore del primo vero atto di una ritrovata unità politica e solidale dell’Europa sognata dai padri fondatori. Jacques Delors avrebbe commentato: “Il fiore della speranza di nuovo al centro del giardino dell’Europa”.

Dal Whatever it takes, di Draghi all’invito della Von der Leyen a combattere un evento straordinario come il coronavirus, con strumenti straordinari, come il Recovery fund. Il primo atto di unità politica dalla creazione dell’Unione Europea, rischiava di naufragare a causa della insipienza di pochi. Questi pochi piccoli paesi che non si rendevano apparentemente conto della portata e della forza travolgente che questo accordo avrà in termini di competitività a livello mondiale.

Qui non si trattava di un “paesi frugali contro il resto dell’Europa”; qui si giocava il futuro dell’Europa contro il Coronavirus e insieme a questa battaglia vi è la possibilità stessa di competere per l’Europa nel mondo. E’ chiaro che questa doveva essere la risposta unitaria di tutti i paesi membri contro una minaccia letale proveniente dall’esterno, come ve ne potrebbero essere ancora e ancora. Una risposta forte e unita oggi rappresenta la salvezza del domani e può prevenire nuove sciagure. Così, eticamente, doveva essere affrontato il tema. Chi non si rendeva conto di ciò è a mio avviso, quantomeno intellettualmente disonesto e così come nel periodo di Lockdown sono venute fuori le peggiori caratteristiche dell’essere umano, ma anche le migliori, allo stesso modo non è difficile scoprire dove si annida il “nemico”. Un nemico che, come ha detto Conte nel corso del lungo negoziato ad ora in corso, avrebbe potuto ottenere un pò di popolarità a casa sua per un brevissimo periodo, ma sarebbe stato comunque destinato a soccombere con tutti i paesi membri, in un contesto di una Europa debole e divisa, che non sa come dare la giusta risposta alle gravi crisi mondiali.

Naturalmente, i temi e le criticità sul tavolo sono tanti e complessi ed io concordo se ne debba discutere. Un’occasione per attuare quella che Tiziana Mele, A.D. di Lundbeck Italia ha definito una “resilienza trasformativa”. Il punto è che senza una risposta bazooka avremmo assistito ad una disperata rincorsa per tappare le falle di una nave che sta affondando, senza l’indispensabile aiuto del mercato e senza poter poi incidere sulla struttura nevralgica della trasformazione necessaria.

Ma ecco che la risposta quella vera, non si è fatta attendere. Dopo giorni estenuanti di negoziazioni, il Consiglio ha deciso. Sono stati deliberati tutti e 750 i miliardi di euro previsti, con la lieve differenza data dall’aumento della parte loan e la diminuzione lieve della parte grant. Ora, è fuor di dubbio che i soldi stanziati servono entrambi ad attutire il grande dissesto subìto e subendo a causa del Covid-19 e in parte (quella a prestito), ad investire sul futuro mediante una trasformazione straordinaria. Solo così si risolleverà un mondo fatto di dignità, forza lavoro e inventiva, consentendo di ammortizzare le perdite e allo stesso tempo ad erogare servizi e inventare diverse declinazioni degli stessi, costituendo una struttura agile, armonica e coordinata atta a prevenire proteggere e modificare i paradigmi usuali.

Scongiurato quindi il pericolo che i paesi frugali possano essere ritenuti responsabili doppiamente di una eventuale debàcle dell’Europa tutta e giustamente essere chiamati a rispondere dei danni che il loro diniego ottuso avrebbe provocato. Alla fine ha prevalso il buon senso e la solidarietà, ci si è resi conto della grande occasione ed opportunità irripetibile, dell’obbligo morale ed etico di non fare un errore irrimediabile ora, che sarebbe fatale un domani.

Il cavaliere bianco che ha sconfitto il cavaliere nero. I veri vincitori sono la Merkel, Macron, Conte; I frugali hanno ottenuto di contribuire sempre meno, e avere sempre più. Il premier Orban ha persino sostenuto l’Italia, Rutte è tornato europeista e sta salendo nei sondaggi; un segno meno ad Austria, Danimarca e Svezia che non hanno fatto proprio una bella figura. In definitiva vi è stata la prima azione comunitaria sul debito. L’Europa unita nel dolore e nel desiderio di rinascita si è ricompattata e da qui si può dire, potrà partire quel movimento profondo di rivoluzione interna ai paesi membri che porterà mi auguro all’unione tributaria in Europa.

Vi è oggi l’ambizione di vedere il progresso delle riforme strutturali nei paesi più beneficiati, e vi è la buona fede in ognuno degli stakeholders. Allora sembra veramente che tutti abbiamo capito, al di là delle consuete ed ineliminabili spinte sovraniste, al di là del muro contro muro a fini di consenso e popolarità interna, tutti dobbiamo unirci e guardare alle prossime generazioni.

Da sempre la storia ci dice che l’Europa sa ben tracciare la giusta via per ciò che è giusto ed equo, per la salvaguardia dei diritti fondamentali, per la trasparenza e per le giuste regole del mercato. Allora, se è giusto che i paesi più colpiti ricevano di più, è anche giusto che utilizzino le risorse in modo da attuare quella resilienza trasformativa sopra accennata, attuando le riforme destinate a scongiurare il pericolo di continuare a perdere la competitività, come invece è stato negli ultimi decenni.

Il momento storico è di quelli che possono segnare per sempre il destino di un paese, ma anche dell’Europa tutta. Questa è l’ultima buona occasione che l’Europa ha per fare la differenza. E’ l’opportunità che abbiamo noi come Italia di stabilire ed attuare il rilancio strategico del paese per combattere in apicibus un nemico sconosciuto e impalpabile che ha colpito tutti senza distinzioni e che deve essere combattuto da tutti insieme, uniti da una solidarietà che va oltre, per non doverci pentire di fronte ai nostri figli di non averlo fatto.

Quindi, via alle riforme, completiamo la digitalizzazione della PA, eliminiamo i vincoli della burocrazia affidandoci ad algoritmi ben studiati, accessibili e  trasparenti (come ci dice il Consiglio di Stato), che al diminuire delle esigenze di discrezionalità, risolvano senza lentezze e burocrazia, la base della moltitudine di provvedimenti che rimangono non adottati; via alla pianificazione strategica, alla formazione, alla costruzione di un sistema che restituisca a tutti i cittadini d’Europa indistintamente, quel livello minimo di civiltà al di sotto del quale oggi non è più possibile e sostenibile rimanere.

Non ci dimentichiamo che il 70 per cento dei fondi va speso in due anni e che dobbiamo urgentemente presentare un piano Nazionale che potrà essere approvato dall’Europa a semplice maggioranza qualificata e che Mattarella ha subito sollecitato al vittorioso Conte. Ci sarà solo il cosiddetto “freno d’emergenza” come strumento residuale ed eclatante.

Contestualmente che si dia accesso al MES, come sollecitato da Confindustria, per rifondare il Sistema Sanitario Nazionale, per prevenire e fronteggiare ulteriori catastrofi come quella che stiamo vivendo.

Di questi 37 miliardi necessari ed indispensabili avremo modo di parlare nelle prossime settimane.

Prof. Avv. Stefano Crisci