Infortunio sul lavoro. Formazione e dispositivi di protezione individuale

La sentenza n. 10161 del 16 marzo 2020 della Corte di Cassazione, fornisce ulteriori elementi di chiarezza circa la corretta organizzazione delle attività e delle misure di sicurezza circa l’utilizzo delle attrezzature sui posti di lavoro.

Cogliamo l’occasione di una recente sentenza di cassazione (Cass. Sez. 4 pen., Sent. n. 10161 del 16 marzo 2020) per rimarcare l’importanza fondamentale di una corretta organizzazione delle attività, verifica delle misure di sicurezza delle attrezzature utilizzate e gestione dei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) da parte del datore di lavoro.

La sentenza  riguarda l’avere, in qualità di datore di lavoro, cagionato per colpa, a C.D., lavoratrice presso il reparto cucina del presidio ospedaliero San Giovanni Bianco, lesioni personali gravi, in particolare ferita lacero contusa 2 dito mano destra dalla quale derivava una malattia di durata pari a 112 giorni. Si contesta la condotta colposa consistita in imprudenza, negligenza ed imperizia e violazione delle norme di prevenzione e in particolare di aver consentito di utilizzare una macchina affettatrice per la carne priva dei dispositivi di protezione nella zona sottostante la lama da taglio e per aver omesso di effettuare un’adeguata formazione della lavoratrice in relazione all’utilizzo e alla fase di pulizia della macchina affettatrice medesima, la quale presentava grave rischio di lesioni per contatto con parti taglienti e aver omesso di fornire idonei dispositivi di protezione quali guanti di maglia in ferro.

Si vuole qui porre l’attenzione su alcuni punti con cui la sentenza ha rigettato il ricorso del datore di lavoro, condannandolo per i reati a lui ascritti; tali punti sono abbastanza frequenti ormai nella giurisprudenza e quindi invitiamo tutti i datori di lavoro a porvi la dovuta attenzione.

  • Il datore di lavoro deve conoscere le attività che si svolgono nella propria azienda, adottare le misure organizzative e tecniche necessarie e mettere a disposizione dei lavoratori attrezzature dotate di tutte le misure di sicurezza ed i DPI necessari.

La sentenza, al punto 2.1 recita infatti:
La Corte distrettuale correttamente ha ritenuto che incombevano sul datore di lavoro gli obblighi di acquisire una adeguata consapevolezza della situazione e dello svolgimento usuale delle lavorazioni in azienda e di adottare le misure organizzative e mezzi necessari e idonei perché le predette lavorazioni venissero eseguite secondo le modalità di sicurezza. La colpa dell’imputata è stata, pertanto, correttamente individuata nell’aver messo a disposizione della dipendente un’attrezzatura, l’affettatrice per la carne, priva delle basilari condizioni di sicurezza in particolare del coprifilo che lascia scoperta la parte della lama che viene a contatto con l’alimento mentre protegge il resto della circonferenza proprio contro l’accidentale contatto delle lame con le mani del lavoratore, soprattutto durante le operazioni di pulizia. E’ stato inoltre accertato che la lavoratrice era esperta nelle operazioni di pulizia ma che tutte le attrezzature con cui normalmente aveva avuto a che fare erano dotate di coprifilo; non aveva il guanto di maglia in quanto nessuno l’aveva informata che il presidio in questione era stato data in dotazione dalla nuova società appaltatrice ma era stato riposto in un cassetto della cucina.  

  • Il datore di lavoro ha l’obbligo di una corretta informazione e formazione dei lavoratori relativamente ai rischi specifici delle proprie attività (art. 36 e 37 del d.lgs. 81/2008).

La sentenza, al punto 2.2 recita: La ricostruzione dei fatti, ripercorsa in maniera logica e coerente dalla Corte territoriale, ha accertato la violazione di una normativa specifica antinfortunistica nonché l’omessa informazione e formazione del lavoratore in ordine ai rischi connessi alle mansioni svolte. E’ evidente, pertanto, come valorizzato da entrambi i Giudici di merito, che si trattava di compiti non delegabili di valutazione del rischio facenti capo al datore di lavoro.  

  • Il datore di lavoro ha l’obbligo di verificare che le attività si svolgano secondo i principi di sicurezza da lui impartiti (quando si parla del datore di lavoro, ci si riferisce all’organizzazione da lui messa in piedi, cioè dirigenti e preposti con gli obblighi che essi hanno, e sono previsti dagli art. 18 e 19 del d.lgs. 81/2008). Si torna quindi al principio fondamentale della corretta organizzazione delle attività.   

Al punto 2.4 della sentenza si legge: Invero è stato più volte affermato da questa Corte che il datore di lavoro deve avere la cultura e la “forma mentis” del garante del bene costituzionalmente rilevante costituito dalla integrità del lavoratore, e non deve perciò limitarsi ad informare i lavoratori sulle norme antinfortunistiche previste, ma deve attivarsi e controllare sino alla pedanteria, che tali norme siano assimilate dai lavoratori nella ordinaria prassi di lavoro. Sul punto ebbero modo di intervenire anche le Sezioni Unite di questa Corte (Sez. Un, n. 6168 dei 21/05/1988 Ud. – dep. 21/04/1989 – Rv. 181121) enunciando il principio secondo cui al fine di escludere la responsabilità per reati colposi dei soggetti obbligati D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547, ex art. 4 a garantire la sicurezza dello svolgimento del lavoro, non è sufficiente che tali soggetti (I DATORI DI LAVORO) impartiscano le direttive da seguire a tale scopo, ma è necessario che ne controllino con prudente e continua diligenza la puntuale osservanza.  

  • Molto spesso la corte rigetta un classico delle “scusanti” adottate dal datore di lavoro, cioè il cosiddetto comportamento “abnorme” da parte del lavoratore (in parole molto semplici il datore di lavoro sostiene che lui ha detto al lavoratore come doveva agire, ma è stato il lavoratore che non ha seguito le direttive).La sentenza ricorda come il comportamento negligente o imprudente da parte del lavoratore è proprio ciò che il datore di lavoro deve prevenire ed è una sua precisa responsabilità.

Al punto 2.3 la sentenza esprime chiaramente come il concetto di abnormità sia difficilmente sostenibile, se il lavoratore stia agendo nelle normalità attività del lavoro quotidiano; e rimarca nuovamente le carenze organizzative e la carenza di D.P.I. ( dispotivi di protezione individuale)

Nel caso di specie, l’imprudenza o la negligenza nell’operazione effettuata rappresenta proprio la concretizzazione del rischio che le regole di prevenzione, riferibili alla formazione, all’informazione e alla messa a disposizione di strutture e attrezzature idonee, vogliono e tentano di evitare.
Se non vi fossero state le citate carenze organizzative riconducibili al datore di lavoro e ai suoi preposti e  vi fosse stata la messa a disposizione di attrezzature idonee, l’infortunio non si sarebbe presumibilmente verificato.  

La sintesi della sentenza appare molto semplice e mette in evidenza le carenze da parte del datore di lavoro, che potrebbero essere risolte con una “semplice” organizzazione del lavoro ed un corretto approccio alla sicurezza in termini di:

  • specifica informazione e formazione dei lavoratori sulle “vere” attività eseguite;
  • consapevolezza del ruolo dei preposti (se il datore di lavoro ed i preposti danno il cattivo esempio, certamente non si può pretendere che i lavoratori abbiano comportamenti virtuosi);
  • verifica puntuale del corretto comportamento dei lavoratori (i lavoratori devono seguire le indicazioni dei loro responsabili);
  • non basta mettere a disposizione i corretti DPI (nel caso della sentenza il guanto di maglia c’era, ma era in un cassetto della cucina), ma deve esserci nuovamente una informazione mirata ed una verifica puntuale;
  • estrema attenzione alle attrezzature che si utilizzano (dotate di tutti i dispositivi di sicurezza intrinseci).

Cass. Sez. 4 pen., Sent. n. 10161 del 16 marzo 2020
D.Lgs 81/2008 e s.m.i.
D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547, ex art. 4

Stefano Capuano