Intervista a Cesare Greco candidato a Roma per Calenda Sindaco

Il programma del Prof. Cesare Greco candidato all’Assemblea capitolina nella lista Civica che sostiene Carlo Calenda Sindaco di Roma.

Il prossimo 3 ottobre i cittadini romani saranno chiamati alle urne, nel primo turno, per eleggere la nuova Assemblea e il nuovo Sindaco che guideranno il Comune della città più importante del nostro paese: Roma. Rivolgiamo alcune domande al Prof. Cesare Greco, candidato all’Assemblea capitolina nella lista civica Calenda Sindaco per Roma per avere un quadro più preciso del programma e delle attività che il Prof. Greco, e con lui l’eventuale Giunta a guida Calenda, intende attuare durante la sua consiliatura.

Cesare Greco è Professore di Cardiologia presso l’Università “La Sapienza” di Roma e direttore dell’unità operativa di Emodinamica del Policlinico Umberto I di Roma, nel suo programma, quindi, è preminente l’interesse nel campo medico ospedaliero e dell’assistenza sanitaria di base nella città di Roma.

Prof. Greco dopo la sua esperienza politica nelle fila del Partito Repubblicano, cosa la spinge a tornare in pista in una realtà complessa come quella Romana?

La consapevolezza che il degrado della città sia ormai giunto ad un livello difficilmente immaginabile. La totale assenza di qualsiasi azione di governo che ha caratterizzato l’ultima legislatura, mi ha spinto, insieme al partito repubblicano che rappresento, a prendere questa iniziativa. In tal senso, abbiamo individuato in Carlo Calenda il politico più adatto con cui cercare di bloccare questa imbarazzante deriva e tentare di risalire dal baratro in cui attualmente si trova la Capitale d’Italia. Questa decisione è maturata dopo averne apprezzato il corposo programma e la sua precedente azione come ministro del MISE, rigorosa e attenta all’utilizzo delle risorse pubbliche.

Professore lei ha una esperienza medica notevole, sia sul campo prettamente scientifico che amministrativo, quali sono, a suo avviso, le criticità maggiori in questo campo nella realtà medica capitolina?

Roma ha pagato pesantemente, come tutto il Lazio peraltro, per i forti tagli determinati dal piano di rientro. Questo ha portato ad una riduzione dell’offerta sanitaria, soprattutto in periferia, e all’affermazione di un’organizzazione ospedalocentrica dell’assistenza. La rete della sanità sul territorio è, a mio parere, estremamente carente e troppo differenziata da quartiere a quartiere. C’è voluta l’epidemia di Covid per rendere tutti consapevoli di quale fosse la realtà territoriale. La stessa gestione della rete ospedaliera, durante la pandemia, è stata approssimativa e ha penalizzato enormemente tutte le altre patologie. La sufficienza con cui è stata liquidata la proposta del Prof. Martelli di far rivivere il Forlanini proprio allo scopo di fronteggiare l’epidemia, dimostra quanto poco la politica abbia, almeno all’inizio, capito del dramma che si andava profilando.

In che modo la sua esperienza nel settore medico ritiene possa essere utile a risolvere i problemi legati al mondo sanitario a Roma?

Ho avuto modo, in questi anni, di osservare gli effetti di un’assistenza sempre meno orientata al paziente come individuo e sempre più centrata sugli ospedali e sui pronto soccorso. Questo ha portato alle tragiche conseguenze di cui troppo spesso si sono occupate le cronache cittadine. Pazienti gettati per ore sulle barelle, se non addirittura su materassi appoggiati direttamente sul pavimento, e lasciati, insieme ai loro cari, per ore senza una risposta o una cura. Devo dire che, in questo degrado, i miei colleghi dei diversi pronto soccorso, così come infermieri e tecnici, hanno combattuto una battaglia eroica, chiusi tra la carenza strutturale, un insopportabile sovraffollamento, la giusta richiesta di risposte da parte degli utenti. Molto spesso si sono trovati ad essere vittime loro stessi, e assolutamente incolpevoli, della giusta rabbia dei cittadini, senza che nessuno, di chi è chiamato ad amministrare, abbia fatto nulla di concreto o si sia assunto una qualche responsabilità.

Può fornire ai nostri lettori un elenco di interventi nel settore sanitario che a suo giudizio possono far parte di un programma da poter realisticamente attuare nei primi mesi in caso di elezione e formazione di una giunta a guida Calenda?

Nei primi mesi si potrà fare molto poco da un punto di vista pratico, e chi dovesse affermare il contrario direbbe una assoluta menzogna, anche se a fini elettorali. Occorrerà certamente effettuare una attenta ricognizione nei diversi municipi per capire quale è esattamente l’attuale situazione della medicina territoriale (non uguale dappertutto), quali sono le strutture e quale è il personale. Occorrerà verificare la disponibilità di strutture di proprietà del comune utilizzabili e attrezzabili. Stendere un piano che coinvolga i medici di medicina generale, gli specialisti del territorio e le associazioni professionali di infermieri e tecnici, a mio parere vero zoccolo duro dell’organizzazione dei servizi. Quindi coinvolgere la regione Lazio, cui fa capo l’organizzazione del sistema sanitario regionale, per passare quindi alla realizzazione pratica di un sistema obiettivamente complesso.

Lei ha parlato di sviluppo della medicina del territorio, ci può spiegare meglio cosa intende e come si articolerebbe questo sviluppo?

Il punto di partenza è rimettere al centro del sistema sanitario il cittadino, la persona, con tutti i problemi che la condizione di malato comporta. La medicina del territorio, quindi, dovrebbe occuparsi di tutte quelle condizioni che non necessariamente impongono un ricovero ospedaliero ma che possono essere risolti presso le “Case della Salute”, dove incontrare medici di medicina generale e specialisti del territorio, ed eseguire i primi esami diagnostici. Per chi avesse difficoltà, come anziani soli, pazienti oncologici, cardiopatici gravi etc., l’assistenza andrebbe praticata a domicilio, sia per quanto riguarda la realizzazione di esami diagnostici anche complessi, sia la somministrazione della terapia stabilita dal medico. Questa assistenza dovrebbe prevedere una prima linea formata da infermieri laureati e tecnici, in possesso delle competenze specifiche e attualmente sottoutilizzati e umiliati nella loro professionalità, coordinati da un medico di medicina generale affiancato da specialisti sul territorio. Oggi la tecnologia consente di eseguire esami diagnostici, come l’ecografia, con apparecchiature miniaturizzate e collegabili con le centrali di assistenza. Anche questo compito dovrebbe essere svolto dai dottori in scienze infermieristiche o in tecnologie biomediche, anche se la decisione finale di come intervenire, ovvero la prescrizione della terapia, spetta al medico di medicina generale o allo specialista. Questa struttura organizzativa, non può, infine, prescindere da uno stretto collegamento e scambio dati con l’ospedale che ha o potrebbe avere in carico il paziente, al fine di stabilire necessità e tempi di eventuali ricoveri per interventi più complessi o per esami diagnostici più sofisticati.

Professore siamo convinti che lei sia ben cosciente che i problemi della sanità a Roma non riguardano solo l’organizzazione per ciò che riguarda la diagnostica, l’interventistica e cure adeguate; ma investe anche il ruolo dei medici di base, e soprattutto le infrastrutture ospedaliere, per intenderci la parte alberghiera degli ospedali romani. Come intende affrontare questi problemi?

I medici di medicina generale dovrebbero essere il perno su cui fare girare tutto il sistema. Questo presuppone una trasformazione della loro figura professionale. Molti di loro oggi si lamentano di essere diventati prescrittori di terapie altrui. In una struttura territoriale efficace, loro dovrebbero assumere il ruolo di coordinatori del sistema e responsabili del suo funzionamento. Per quanto riguarda le infrastrutture ospedaliere la situazione è davvero imbarazzante. Questo è però un problema di stretta competenza regionale e il comune, soprattutto un comune importante come quello della Capitale d’Italia, può svolgere un ruolo di denuncia e stimolo pressante. Adesso arriveranno anche i fondi del Recovery Fund e ci sono tutte le premesse per una grande operazione di adeguamento degli ospedali pubblici. La speranza è che non vengano sprecati in progetti costosi quanto non portati a termine. In questo il comune può svolgere un importante ruolo di monitoraggio e denuncia.

Professore per concludere e vista anche l’attualità dell’argomento non possiamo esimerci dal porre la domanda più scottante in questo momento: qual è la sua opinione riguardo all’obbligatorietà del vaccino anti Covid-19?

Non ho nessuna difficoltà a dirle che sono favorevole all’obbligatorietà del vaccino anti Covid. Questa non è una normale influenza. Ha gravissime conseguenza in acuto, con una mortalità enorme, e conseguenze a distanza spesso invalidanti per i guariti. La priorità è difendere la salute pubblica, e questo è possibile solo con il vaccino. Chi afferma che bisognerebbe aspettare dieci anni, vuole condannare la popolazione a contare ancora centinaia di morti al giorno, costringere ad un lock down perenne, e condannare gli stati ad una lunga decrescita economica ahimè infelice, molto infelice. Senza contare il decadimento culturale che andrebbero a pagare le giovani generazioni private del diritto allo studio, almeno le categorie meno abbienti e meno connesse, come buona parte del mezzogiorno d’Italia. Fra l’altro, come si fa a dire che si tratta ancora di una terapia sperimentale quando siamo ormai a circa sei miliardi di dosi iniettate nel mondo?

Lasciatemi dire, infine, che sono decisamente favorevole, in mancanza di una obbligatorietà vaccinale, anche all’adozione del Green Pass. Insieme all’uso delle mascherine e al distanziamento, può contribuire significativamente al contenimento della malattia. Il suo uso è una decisione politica che il governo ha fatto benissimo a prendere, coerente con i suoi compiti che gli impongono di salvaguardare la salute pubblica e ossequioso al dettato costituzionale.

Lorenzo Ferragamo

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