L’Italia non è un paese per aspiranti avvocati e commercialisti

La crisi sanitaria, economica e sociale dettata dal Covid19, poteva servire da incentivo per investire davvero nel futuro del paese, nei giovani, ma così non è stato.

“Non è un paese per giovani”, frase che noi tutti abbiamo sentito e pronunciato almeno una volta. Ha ispirato film, libri e inchieste giornalistiche. Frase che, purtroppo, descrive con disarmante lucidità la situazione che ogni giorno vivono milioni di giovani italiani.

A quanti di loro abbiamo detto di studiare per migliorare il proprio futuro? A quanti abbiamo detto che una laurea avrebbe assicurato un lavoro ben retribuito? A quanti abbiamo detto che la “gavetta” è parte essenziale del loro percorso formativo? Ma soprattutto, quanti di questi giovani hanno, alla fine, visto ripagati i loro sforzi?

Secondo il report O.C.S.E. Education at a Glance del 2019, un laureato in Italia guadagna in media il 39% in più rispetto ad un diplomato, percentuale che diminuisce fino al 19% nella fascia di età compresa tra i 25 ed i 34 anni. Dati, questi, che ci collocano agli ultimi posti tra i paesi censiti dall’indagine, atteso che, in media, nei paesi O.C.S.E. un laureato guadagna il 57% in più di un diplomato, incremento che si riduce al 37 % nella fascia di età compresa tra i 25 e 34 anni. Non può quindi stupire come in Italia solo il 19% delle persone sia in possesso di un diploma di laurea rispetto alla media O.C.S.E. del 37%.

Le aspettative dei giovani laureati sono ancor più frustrate qualora questi intendano esercitare una libera professione il cui accesso è subordinato al superamento di un esame di stato. E’ stato già scritto correttamente ponendo luce sul problema delle specializzazioni di medicina.

Affrontiamo oggi altre professioni, meno alla ribalta, ma sempre parte del nostro futuro, quali a titolo di esempio, i commercialisti e gli avvocati. Molti di noi hanno svolto questo periodo traendone un importante beneficio formativo e, sia se abbiamo avuto questa opportunità sia se ci sia stata negata, dobbiamo prenderci la responsabilità di non considerare i neolaureati come forza lavoro da utilizzare per lavori non professionalizzanti e per di più in assenza di remunerazione.

Il neolaureato deve affrontare uno o più anni di pratica o tirocinio, duranti i quali il suo lavoro/collaborazione non sarà retribuito o, al più, gli verrà corrisposto un semplice ed esiguo rimborso spese. Sappiamo bene che in questo periodo non esistono norme a sua tutela, spesso non ci sono orari di lavoro predefiniti, non ha diritto a ferie retribuite, il suo percorso formativo può essere interrotto in qualsiasi momento dal dominus senza particolari formalità o motivazioni. Non ci sono norme che sanzionino eventuali abusi sui tirocinanti/ praticanti, i quali sono spesso chiamati a svolgere mansioni di mera segreteria o, comunque, non attigue alla loro formazione, senza ottenere la giusta retribuzione.

In questo sconcertante e desolante scenario si è aggiunta la crisi, non solo sanitaria, dovuta al Covid-19, la quale non ha fatto altro che peggiorare le già precarie condizioni di questa categoria.

Molti studi professionali, infatti, hanno ridotto la loro attività e, di conseguenza, hanno interrotto il percorso di formazione dei loro tirocinanti–praticanti privandoli, altresì, dell’eventuale rimborso spese prima corrisposto. I pochi che, invece, hanno potuto proseguire nel loro percorso formativo lo hanno spesso fatto nell’assoluta incertezza: non sapendo se e quando il loro rimborso spese sarebbe stato corrisposto e districandosi tra le mutevoli ed astruse normative in tema di salute e distanziamento sociale.

Sarebbe, quindi, ovvio un intervento dello Stato in favore di questa eterogenea categoria di giovani laureati, quantomeno per assicuragli un minimo di sostentamento economico, se non addirittura una tutela per la continuità del loro percorso formativo.

Lo Stato, invece, sembra essersi disinteressato dei loro diritti e delle loro legittime aspettative. L’unico strumento previsto, infatti, è rappresentato dal bonus di 600 euro per le partite I.V.A., tra le quali rientrano anche buona parte degli esercenti la libera professione. Tuttavia, tirocinanti e praticanti raramente dispongono di una partita I.V.A, specialmente se non si ha una propria clientela. Di conseguenza, gli aiuti dello Stato vengono destinati ai professionisti già abilitati, ma non alla più debole e vulnerabile categoria dei tirocinanti e praticanti.

In ogni caso, sarebbe stato certamente auspicabile un intervento differenziato in favore di quest’ultima categoria, che tuteli i nostri giovani non solo dal punto di vista economico, dettando norme certe e uniformi anche in tema di continuità del percorso formativo.

All’inerzia dello Stato si sono affiancati dei timidi interventi posti in essere dalle singole Regioni. Questi aiuti, se da una parte testimoniano un interessamento per i praticanti e tirocinanti, dall’altro determinano una disparità di trattamento tra gli stessi, poiché ogni Regione ha calibrato e finanziato in maniera differente i propri programmi.

A livello statale, invece, gli unici interventi effettivamente rivolti ai praticanti e tirocinanti sono avvenuti sul versante degli esami di abilitazione, determinando anche qui delle chiare disparità di trattamento.

L’art. 6 D.L. n. 22/2020 ha autorizzato il Ministero dell’Università e la Ricerca a derogare l’ordinaria disciplina in materia di esame di abilitazione al fine di consentirne comunque lo svolgimento nel rispetto delle misure sanitarie anti-pandemia. Il Ministero, con i decreti nn. 38 del 24 aprile e 57 del 29 aprile, ha sostituito l’ordinaria disciplina con una singola prova orale, che potrà essere svolta anche a distanza.

Tale intervento ha riguardato la quasi la totalità delle professioni per le quali è richiesto un esame di abilitazione, ma non tutte: sono rimaste escluse, senza plausibili motivazioni, le figure degli avvocati e dei notai, per i quali, dunque, il traguardo dell’abilitazione diviene ancor più ostico.

Prima dell’inizio della pandemia da Covid-19, l’Italia non era un paese per giovani, tantomeno se aspiranti professionisti. Questa crisi sanitaria, economica e sociale poteva servire da incentivo per investire davvero nel futuro del paese, nei giovani, ma così non è stato. Si sono preferiti interventi settoriali, non coordinati tra loro e distanti dalle necessità di una parte importante del tessuto produttivo, quei giovani che, nei prossimi anni, dovranno anche sopportare il peso di un debito pubblico cresciuto a dismisura. Prendiamoci la responsabilità di contribuire a far divenire l’Italia anche un paese per giovani, soprattutto se aspirano ad essere dei professionisti, ricordiamoci che sono il nostro futuro, sono fondamentali in tutti i settori in cui hanno deciso di cimentarsi e lo fanno con grande passione. Contribuiamo a farli crescere e non dimentichiamoci di attribuirgli un equo riconoscimento in tutti i contesti, anche nei più complessi come quello attuale.

Doriana Silvestri