L’assegno di mantenimento per i figli maggiorenni, quando è dovuto

Il lavoro precario non assicura il raggiungimento dell’autonomia economica ai fini del contributo al mantenimento del figlio maggiorenne.

E’ questo il principio stabilito nell’ordinanza n.19077/2020 pronunciata dalla Suprema Corte di Cassazione il 14 settembre 2020, che, in tema di separazione personale dei coniugi e di divorzio, ha affrontato le questioni relative ai poteri del giudice in ordine alle statuizioni relative al mantenimento dei figli e all’obbligo del mantenimento del figlio maggiorenne avviato al lavoro con contratti a termine e a tempo parziale.

Il caso: Con sentenza n. 1035/2015 il Tribunale di Cassino rigettava la domanda di riconoscimento dell’assegno divorzile, dovuto dal padre a titolo di concorso al mantenimento della figlia maggiorenne.

Con sentenza n. 5095/2018 la Corte d’appello di Roma, in parziale riforma della sentenza del Tribunale, ha rideterminato il contributo paterno nei confronti della figlia nella misura di € 300,00.

Avverso la citata sentenza veniva proposto ricorso per cassazione. I motivi che qui interessano sono il primo ed il secondo motivo d’impugnazione.

Con il primo motivo il ricorrente deduceva la nullità della sentenza in relazione all’art. 360 c.p.c. comma 1, n. 4, per violazione dell’art. 345 c.p.c. (divieto dello jus novorum), assumendo la novità della domanda relativa al contributo di mantenimento della figlia, di cui era stato chiesto l’aumento da € 180,00 ad € 400,00, in quanto non era stato allegato alcun riferimento a fatti sopravvenuti, o ad accresciute esigenze della figlia che legittimassero tale richiesta.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia in relazione all’art. 360 c.p.c. comma 1 n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 147 cod.civ., rilevando che dalle risultanze istruttorie e dalle dichiarazioni della figlia era emerso che quest’ultima si era avviata al lavoro, seppure con contratti a termine e a tempo parziale raggiungendo l’autosufficienza economica.

Entrambi i motivi sono stati ritenuti infondati dalla Corte di Cassazione.

  1. Quanto al primo motivo gli ermellini hanno rilevato che secondo il costante orientamento giurisprudenziale di legittimità in tema di separazione personale tra coniugi e di divorzio, il criterio fondamentale a cui devono ispirarsi i provvedimenti relativi ai figli è rappresentato dall’interesse morale e materiale dei figli stessi, con la conseguenza che il giudice non è vincolato agli accordi intercorsi tra le parti e può, pertanto, pronunciarsi ultra petitum. Detto criterio ispiratore, precisa la Corte, trova ispirazione anche nell’ipotesi in cui i figli siano maggiorenni, non essendovi alcuna ragione per differenziare la posizione di questi ultimi con quella dei figli minori, ricorrendo in entrambe le ipotesi la stessa esigenza di tutela, connotata per i figli maggiorenni dal concorrente accertato requisito della mancanza di sufficienza economica, che invece è in re ipsa se il figlio è minore di età.
  2. In ordine all’asserita autosufficienza economica della figlia maggiorenne, la Corte di Cassazione, ha rilevato che il ricorrente ha in realtà censurato la ricostruzione in fatto della fattispecie concreta eseguita dalla Corte d’Appello, la quale sulla base dei fatti allegati dal padre a sostegno della richiesta di revoca del contributo di mantenimento della figlia, e dell’esame delle risultanze istruttorie (buste paga, residenza anagrafica della figlia presso la residenza materna), ha ritenuto che la ragazza non avesse raggiunto in pieno l’autonomia economica, e che avesse diritto a mantenere un tenore di vita corrispondente alle risorse economiche della famiglia, e per quanto possibile, analogo a quello goduto in precedenza. Il convincimento dei giudici di merito, precisa la Corte di Cassazione, è stato fondato su un accertamento di fatto, insindacabile in sede di legittimità, peraltro condotto secondo i criteri e parametri costantemente indicati dalla Corte.

Marcello Gargiulo

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