Latitante non presenta la dichiarazione dei redditi. Condanna senza sconti

Anche con il Fisco tempi duri per i latitanti.

La latitanza attuata per sottrarsi alla cattura da parte delle Forze dell’Ordine non esonera il contribuente dalla responsabilità per il reato di omessa dichiarazione, trattandosi di una condotta dovuta a una libera scelta e che di per sé non impedisce di delegare un altro per l’adempimento, sicché non può essere escluso l’elemento soggettivo che integra la fattispecie incriminatrice ex art. 5 D.lgs. n. 74/2000.
È quanto emerge dalla lettura della sentenza n. 23201/2020 della Corte di Cassazione (Sez. 3 pen.), depositata l’8 luglio.
Il caso – L’imputato è stato condannato dal Tribunale, prima, e dalla Corte d’Appello, poi, alla pena di giustizia per il reato di cui all’art. 5 del D.lgs. n. 74 del 2000, per avere omesso di presentare la dichiarazione dei redditi per l’anno 2009, in tal modo sottraendosi al pagamento delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto in misura superiore alla prevista soglia di punibilità.
Il reato – In base al D.lgs. 10 marzo 2000 n. 74, art. 5, comma 1:

  • «è punito con la reclusione da due a cinque anni chiunque al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, non presenta, essendovi obbligato, una delle dichiarazioni relative a dette imposte, quando l’imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte ad euro cinquantamila».

La tesi difensiva – Ebbene, il difensore di fiducia ha interposto ricorso per cassazione, articolando un unico mezzo di impugnazione, con il quale ha eccepito la violazione di legge laddove la Corte di merito ha rigettato la richiesta, ex art. 603 cod. proc. pen., di riapertura della istruttoria dibattimentale.
Il difensore ha spiegato che la riapertura dell’istruttoria dibattimentale avrebbe consentito di dimostrare che l’imputato, nel corso dell’anno 2010 – epoca di commissione del delitto contestato, in quanto durante tale anno egli avrebbe dovuto presentare la omessa dichiarazione fiscale – era in stato di latitanza, sicché, non potendo avere contatti con soggetti estranei alla sua più immediata cerchia onde non essere scoperto, non aveva potuto presentare la dichiarazione dei redditi, omettendo, pertanto, tale adempimento con intenti ben diversi da quello di sottrarsi al pagamento delle imposte. La Suprema Corte ha respinto la doglianza e con essa anche il ricorso.
Motivi della decisione – Nel confermare – e così rendere definitiva – la statuizione della sentenza impugnata, gli Ermellini hanno riconosciuto al Giudice di merito di aver adeguatamente motivato il rigetto dell’istanza istruttoria. Difatti il Collegio di secondo grado ha osservato, al fine di pervenire a un giudizio d’irrilevanza dell’approfondimento istruttorio sollecitato dalla Difesa, che la condizione di latitanza nella quale si trovava l’imputato era frutto di una sua scelta volontaria tale da non potere, evidentemente, costituire né una causa di giustificazione in relazione all’omesso adempimento degli obblighi fiscali su di lui gravanti né una fattore tale da escludere la esistenza del dolo specifico, caratteristico del reato oggetto di contestazione.
La giurisprudenza di legittimità, infatti, per un verso, ha sostenuto che costituisce indice rivelatore del richiesto atteggiamento della volontà la stessa entità del superamento della soglia di punibilità vigente, unitamente alla piena consapevolezza, da parte del soggetto obbligato, dell’esatto ammontare dell’imposta dovuta – fattori questi la cui sussistenza non è neppure contestata da parte del ricorrente – mentre, per altro verso, non può non considerarsi che in ogni caso lo stato di latitanza non costituisce di per sé, diversamente da quanto opinato dalla Difesa, un ostacolo rispetto all’adempimento degli obblighi tributari dichiarativi, tanto più ove si consideri che gli stessi sono, di regola, adempiuti – specie allorché gli stessi sono connessi ai redditi prodotti attraverso la conduzione di un’impresa commerciale che, nel caso di specie, non era neppure economicamente marginale (si parla, infatti, di un volume di affari superiore a 13.000.000,00 euro) – tramite lo svolgimento di un’attività di carattere professionale da parte di soggetto terzo tecnicamente preparato.

  • La dichiarazione reddituale può, pertanto, essere materialmente redatta, chiosano gli Ermellini, «come di regola avviene in caso di redditi derivanti da un’attività commerciale, senza un diretto ed immediato coinvolgimento da parte del dichiarante il quale potrebbe certamente, all’occorrenza, sottoscriverla pur permanendo in stato di latitanza, delegandone, quindi, ad altri la materiale presentazione».

Perciò la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stante la non decisività ai fini del decidere dell’attività d’integrazione istruttoria che era stata richiesta alla Corte di merito dal difensore del ricorrente.
IL Supremo Collegio ha quindi rilevato la piena legittimità della sentenza impugnata.Il ricorrente paga le spese processuali e la somma di euro 3.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Orientamento conforme

Stefano Capuano