Licenziamento del dipendente per aver infranto l’obbligo di fedeltà

La Suprema Corte ha ribadito la legittimità del licenziamento di un dipendente per aver trasmesso documenti riservati consegnati a terzi con modalità clandestine.

In tema di licenziamento disciplinare, ne integra giusta causa o giustificato motivo soggettivo il comportamento del dipendente di Banca consistente nella consegna, con modalità clandestine, a un terzo (nel caso di specie un ex dirigente coinvolto in un procedimento penale), di documentazione riservata di proprietà dell’azienda di credito, cui non si aveva ragione di accedere.

Il caso 

Licenziamento per giusta causa inflitto a un’impiegata di banca, stante la consegna di documentazione riservata all’ex direttore generale dell’istituto di credito coinvolto in un procedimento penale; è stata contestata la violazione dell’obbligo di fedeltà ex art. 2105 c.c..

La Suprema Corte, al riguardo, ha ribadito che, nell’ipotesi di dipendenti di Istituti di credito, l’idoneità del comportamento contestato a ledere il rapporto fiduciario, rapporto che è più intenso nel settore bancario, deve essere valutata con particolare rigore e a prescindere dalla sussistenza di un danno effettivo per il datore di lavoro.

Con la sentenza n. 26023/2019, la Sezione lavoro della Corte di Cassazione ha definitivamente confermato il licenziamento irrogato a un dipendente di banca, per violazione dell’obbligo di fedeltà ex art. 2105 c.c.. Giova premettere che, con riferimento ai rapporti di lavoro di natura subordinata, l’articolo 2105 del c.c. pone un generico obbligo di fedeltà in capo al prestatore il quale comporta, per il medesimo, l’impossibilità, nel corso del rapporto lavorativo, di «trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio». L’inosservanza, da parte del prestatore di lavoro, dell’obbligo di fedeltà (art. 2105 c.c.), come anche del dovere di diligenza (art. 2104 c.c.), può dar luogo all’applicazione di sanzioni disciplinari, secondo la gravità dell’infrazione (art. 2106 c.c.)

Dal principio di proporzionalità codificato dall’articolo 2106 c.c. («secondo la gravità dell’infrazione») consegue che, a fronte di casi di non eccessiva gravità, si deve escludere l’applicazione della sanzione espulsiva, mentre, di contro, l’irrogazione della massima sanzione disciplinare si giustifica in caso di condotte che, per le loro specifiche e peculiari modalità di attuazione, siano idonee a far venir meno il vincolo fiduciario sotteso al rapporto e l’affidamento circa i comportamenti futuri del dipendente (art. 2119 c.c.).

La Corte territoriale ha ritenuto accertata la violazione dell’obbligo di fedeltà ex art. 2105 c.c. sulla base delle dichiarazioni rese dalla lavoratrice in sede di audizione disciplinare, stante la loro sostanziale valenza confessoria.

Al Collegio di merito, poi, sono apparse non convincenti le successive affermazioni della lavoratrice, volte a corroborare la tesi dell’inconsapevolezza del carattere riservato della documentazione – in considerazione delle modalità clandestine della consegna del plico – e della mancata consegna della documentazione, in quanto sostituita con fogli in bianco.

La Corte di merito, infine, ha ritenuto particolarmente grave la condotta contestata e adeguata la sanzione espulsiva, alla stregua degli obblighi di fedeltà e riservatezza imposti in linea generale a tutti i dipendenti di un’azienda di credito nonché dell’avvenuto scioglimento, nel 2012, degli organi amministrativi e di controllo della Banca, e della sua sottoposizione alla procedura di amministrazione straordinaria per gravi irregolarità, anche riconducibili all’ex direttore generale. 

Ebbene, la lavoratrice in questione ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza di secondo grado, ma gli Ermellini non hanno accolto nessuno dei sette motivi in esso esposti.

I Massimi giudici hanno respinto il ricorso della lavoratrice in quanto inammissibilmente volto a rimettere in discussione l’accertamento compiuto dal Giudice del merito in ordine alla sussistenza dei fatti posti a giustificazione della sanzione espulsiva. In ogni caso, secondo gli Ermellini, la lettura dell’ambito di applicabilità dell’art. 2105 c.c., proposta nel ricorso, non è conforme alla giurisprudenza di legittimità la quale ha precisato che:  «Dal collegamento dell’obbligo di fedeltà, di cui all’art. 2105 c.c., con i principi generali di correttezza e buona fede ex artt. 1175 e 1375 c.c. deriva che il lavoratore deve astenersi non solo dai comportamenti espressamente vietati dal suddetto art. 2105, ma anche da qualsiasi altra condotta che, per la natura e per le sue possibili conseguenze, risulti in contrasto con i doveri connessi all’inserimento del lavoratore nella struttura e nell’organizzazione dell’impresa o crei situazioni di conflitto con le finalità e gli interessi della medesima o sia comunque idonea a ledere irrimediabilmente il presupposto fiduciario del rapporto (Cass. n. 6957/2005)».

La Suprema Corte ha ritenuto il contenuto del ricorso della lavoratrice non idoneo a determinare un esito diverso della controversia, a fronte di un accertamento puntuale e accurato della vicenda da parte della Corte di merito.

La ricorrente in conclusione, stante il rigetto del ricorso, è stata condannata al pagamento delle spese del giudizio.

Stefano Capuano