L’Intelligenza Artificiale al servizio della Giustizia. Come e perchè

Giustizia Predittiva, Piattaforme e nuove tecnologie. Dagli studi Legali ai tribunali; L’Intelligenza Artificiale può diminuire il contenzioso?

Da molte parti oramai si sollevano voci disparate circa l’IA e il machine learning e le sue potenzialità. Alcune a favore e la maggior parte contro l’avvento della tecnologia. Chi rifiuta a priori rischia di rimanere indietro. Occorre partire da un dato ineludibile. La tecnologia si è già inserita nei gangli vitali della società e nei prossimi anni si assisterà ad un totale ribaltamento dei modi di comunicare all’interno ed all’esterno delle PA, con gli attori pubblici e privati, su tutti i settori di interesse. È necessario quindi prendere atto di tale enorme rivoluzione e cercare di adottare tutte le strategie possibili per crescere con la società che cambia e competere anche nella prontezza e adeguatezza delle risposte. Ciò che dovrebbe cambiare nel mondo giudiziario è che gli uffici e le procedure dovrebbero modificarsi radicalmente e strutturalmente, in guisa da divenire degli hub digitali al servizio della magistratura e dell’avvocatura. In questo scenario i protagonisti (giudici e avvocati) possono già da ora fare riferimento a software dotati di IA che sono in grado di selezionare argomenti, sentenze e decisioni a seconda della formulazione del quesito che gli viene posto e non più come semplici parole testuali, completamente slegate dall’argomento di interesse. La differenza è che prima si sparava nel mucchio e se si individuava il numero maggiore delle parole testuali si otteneva un numero consistente di massime da leggere, all’interno delle quali si poteva avere la fortuna di avere quella che fa al caso; poi si leggeva la sentenza integrale e se confermato l’orientamento giurisprudenziale lo si utilizzava per calarlo nel proprio caso interpretativo della fattispecie. Oggi la promessa è quella di formulare il quesito ed ottenere in pochi secondi le due o tre sentenze che hanno già trattato proprio una fattispecie analoga a quella che si sta affrontando. Guai ad abbandonarsi totalmente al software, ma si capisce la formidabile accelerazione data da questo boost algoritmico.

Alcuni dei software sono allo studio, soprattutto negli Stati Uniti, alcuni altri sono stati realizzati e sono già realtà. Parlo di Lisia, una start up Italiana già oggi in grado di identificare in mezzo a migliaia di sentenze, le due più vicine al quesito posto, proprio in relazione alla formulazione dello stesso ed eventualmente una sentenza contra.

Come si può comprendere, il sistema appena descritto abbandona il concetto delle ricerche per parole testuali, molto utile, attraverso il quale si poteva arrivare ad avere le 100 massime che interessavano l’argomento, per arrivare, attraverso un procedimento di machine learning a proporre le massime più pertinenti al caso e poi, eventualmente, una serie di sentenze non pertinenti ma che hanno toccato l’argomento trattato. È di solare evidenza che un software di questo tipo, declinato nelle varie esigenze di giudici, tribunali, o avvocati, impone sì un maggiore impegno nella formazione da parte degli avvocati e dei magistrati che si troveranno ad adottare tali sistemi ma può essere risolutivo in molte situazioni. Esistono software come “Suited” per le pratiche di assunzione nel mondo legale e studi come Backer & MC Kenzie, Wilkie Farr And Gallagher ed altri che stanno affilando le armi.

Si può immaginare come in tutti i settori del pubblico si potrà introdurre una “realtà aumentata” di questo tipo, anche al fine di regolare alcune fasi degli appalti o persino di adottare provvedimenti amministrativi. Naturalmente dico sempre io, al diminuire del margine di discrezionalità necessaria, potrà aumentare il livello di IA utilizzata.

Ciò che a mio avviso deve essere molto chiaro nel futuro utilizzo di sistemi di questo tipo è che qualunque software non sarà mai in grado di sostituire l’opera umana. Ce lo ricorda anche il Consiglio di Stato ed il TAR nelle note sentenze che si sono occupate dell’algoritmo (CDS, Sez. VI, 8 aprile 2019, n 2270, Presidente Carbone, Estensore Lambert).

Il cervello umano è intuitivo, possiede l’equità e soprattutto, riesce a riconoscere il perché delle cose.

Ne discende che solo in taluni casi in cui non vi sia questione, in merito ad una certa giurisprudenza o un determinato risultato relativo ai requisiti di base per l’accesso o il diniego (si pensi a taluni aiuti o incentivi), ovvero qualsiasi ulteriore questione in cui in teoria non ci dovesse essere problema nella verifica degli elementi costitutivi, ovvero ostativi, ad una situazione giuridica determinata si possa dare ingresso all’IA. Questa potrebbe sì costituire elemento deflattivo del contenzioso ovvero acceleratorio dei processi, a condizione che gli algoritmi siano stati disegnati nel rispetto delle regole e dei diritti fondamentali dell’uomo, siano trasparenti ed accessibili.

Per divenire veramente uno strumento di realtà aumentata in mano all’uomo, le IA devono essere “nutrite” con dati verificati, devono essere formati in maniera adeguata, il lessico deve essere stato inserito all’interno dei sistemi di machine learning per consentire al procedimento di autoapprendimento di poter spaziare dove necessario. L’algoritmo e quindi la decisione “proposta” da esso, deve essere continuamente verificabile e comunque sempre sottoponibile al vaglio di un essere umano, sia ante-operam che post-operam.

Molte ancora le incertezze in merito all’inadeguatezza delle soluzioni oggi a disposizione, relative sostanzialmente all’accuratezza delle IA. Tuttavia siamo sicuri oggi, che il domani è già qui e che quindi è necessario dotarsi di tutti gli strumenti necessari per non perdere la grande opportunità che abbiamo davanti; quella di condurre, preservare, proteggere e programmare il futuro.

Questi sistemi se opportunamente utilizzati, potrebbero contenere il contenzioso in aumento, diminuire quello in corso e dissuadere coloro i quali usano la giustizia a fini dilatori o peggio, approfittano della incapacità degli uffici di fare fronte all’imponente quantità di ricorsi esistenti e che quindi, non affronta neanche il tema dell’innovazione.

Smart contract, due diligence digitali e  ricerche mirate non potranno mai sostituire totalmente l’opera dell’uomo, ma certo potranno eliminare quelle posizioni di bassa manovalanza che imporranno ai giovani di qualificarsi di più e meglio in modo da poter dirigere le energie verso costrutti più pregnanti ed effettuare lavori prima di esclusivo appannaggio deipartner, consentendo a questi ultimi di concentrarsi su come debba essere risolto un certo caso ed effettuare le opportune verifiche sul lavoro del junior “consigliato” dal sistema di machine learning oggetto dell’approfondimento. Lo stesso sistema consentirà di smaltire certe cause ripetitive appartenenti ai c.d. “filoni”, selezionare le migliori ditte meritevoli di essere in un appalto, escludere quelle mancanti dei requisiti formali e sostanzialmente snellire il sistema evitando anche quelle opacità sempre presenti a tutti i livelli. È chiaro che ognuna di queste scelte dovrà essere double checked dal Responsabile umano e comunque sottoponibile al vaglio della magistratura in caso di questione giurisdizionale, ma la differenza è enorme e i risultati potrebbero essere strabilianti quanto ad efficacia ed efficienza dell’Azione Amministrativa.

Stefano Crisci

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