L’obbligo di reintegro per il dipendente non idoneo

Nei casi di licenziamento intimato per motivo oggettivo consistente nell’inidoneità fisica o psichica del lavoratore, il motivo posto a giustificazione del licenziamento è da ritenersi del tutto insussistente, con conseguente applicazione della tutela reintegratoria prevista dall’art. 18, comma 4, dello Statuto dei lavoratori.

Nei casi di licenziamento intimato per motivo oggettivo consistente nell’inidoneità fisica o psichica del lavoratore – sia esso assunto come disabile ovvero anche nel caso di inidoneità sopravvenuta -, ove sussistenti nell’assetto organizzativo aziendale mansioni compatibili con lo stato di salute del lavoratore, anche inferiori rispetto a quelle in precedenza ascritte, il motivo posto a giustificazione del licenziamento è da ritenersi del tutto insussistente, con conseguente applicazione della tutela reintegratoria prevista dall’art. 18, comma 4, dello Statuto dei lavoratori. Lo ha precisato la Corte di Cassazione con la Sentenza n. 26675/2018, relativa a una lavoratrice licenziata da una Congregazione religiosa per sopravvenuta inidoneità fisica allo svolgimento delle mansioni originariamente attribuite.

Il Caso

Una Congregazione religiosa ha intimato il licenziamento a una propria lavoratrice dipendente per la sopravvenuta inidoneità fisica allo svolgimento delle mansioni attribuite. L’Associazione religiosa non ha effettuato nessuna offerta di posti alternativi di lavoro, neanche in termini di demansionamento o trasferimento presso altra sede. Il Giudice di appello ha ritenuto violato l’obbligo di repêchage, ma ha comunque dichiarato risolto il rapporto intercorrente tra le parti, condannando la Congregazione al pagamento in favore della lavoratrice di un’indennità risarcitoria determinata in venti mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. La S.C. ha cassato con rinvio la decisione della Corte di merito in condivisione del motivo di ricorso riguardante il diritto alla reintegrazione secondo i dettami dell’articolo 18, comma 4, Statuto dei lavoratori. come novellato dalla Legge n. 92/2012.

Dalla Sentenza n. 26675 del 22/10/2018 della Corte di Cassazione emerge che: Nelle ipotesi di recesso per giustificato motivo oggettivo costituito dall’inidoneità fisica o psichica del lavoratore, opera la cd. tutela reintegrazione “attenuata” quando risulta violato l’obbligo di repechage: se, infatti, la parte datoriale non ha accertato l’esistenza di mansioni compatibili con lo stato di salute del lavoratore, la cd. tutela indennitaria “forte” non è sufficiente.

Obbligo di repechage

La pronuncia in esame conferma l’orientamento secondo cui, nel caso di licenziamento per sopravvenuta incapacità fisica del lavoratore, solo la dimostrazione dell’impossibilità di una sua ricollocazione in azienda può evitare al datore di lavoro la sanzione reintegratoria. Il datore di lavoro, prima di procedere al licenziamento del lavoratore divenuto fisicamente incapace, deve accertare l’impossibilità di assegnargli mansioni equivalenti e compatibili con lo stato di salute e, ove detta prima indagine abbia esito negativo, deve anche valutare, nell’ambito della struttura esistente e con il consenso del lavoratore, la possibilità di adibire quest’ultimo a mansioni inferiori. Infatti, in linea generale, affinché un licenziamento intimato per giustificato motivo oggettivo sia legittimo – escludendo di fatto ogni possibilità di reintegra da parte del Giudice –, è necessario che emerga l’assoluta impossibilità per il datore di lavoro di reimpiegare il lavoratore in altra posizione, eventualmente anche con l’adibizione a mansioni inferiori rispetto a quelle contrattualmente definite.

Le Sezioni Unite della Cassazione, con la Sentenza n. 7755 del 1998, a composizione dei contrasti di giurisprudenza esistenti sulla questione, hanno stabilito che la sopravvenuta infermità permanente e la conseguente impossibilità della prestazione lavorativa possono giustificare oggettivamente il recesso del datore di lavoro dal rapporto di lavoro subordinato, a condizione che risulti ineseguibile l’attività svolta in concreto dal prestatore e che non sia possibile assegnare il lavoratore a mansioni equivalenti ai sensi dell’art. 2103 cod. civ. ed eventualmente inferiori, in difetto di altre soluzioni.

È stato evidenziato, al riguardo, che, nell’ipotesi di licenziamento per sopravvenuta inidoneità fisica del lavoratore, il giustificato motivo oggettivo consiste non soltanto nella fisica inidoneità del lavoratore all’attività attuale, ma anche nell’inesistenza in azienda di altre attività (anche diverse ed eventualmente inferiori) compatibili con lo stato di salute del lavoratore e a quest’ultimo attribuibili, senza alterare l’organizzazione produttiva, onde spetta al datore di lavoro convenuto in giudizio dal lavoratore in sede di impugnativa del licenziamento fornire la prova delle attività svolte in azienda, e della relativa inidoneità fisica del lavoratore o dell’impossibilità di adibirlo ad esse per ragioni di organizzazione tecnico-produttiva, fermo restando che, nel bilanciamento di interessi costituzionalmente protetti (artt. 4, 32 e 36 Cost.), non può pretendersi che il datore di lavoro, per ricollocare il dipendente non più fisicamente idoneo, proceda a modifiche delle scelte organizzative escludendo, da talune posizioni lavorative, le attività incompatibili con le condizioni di salute del lavoratore.

Quanto all’adempimento dell’obbligo di repechage rispetto a un lavoratore che svolga mansioni promiscue, si segnala Cass. Sez. L. n. 13379/2017, secondo cui «in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, per la soppressione del posto di lavoro cui era addetto il lavoratore, qualora questi svolgeva ordinariamente in modo promiscuo mansioni inferiori, oltre quelle soppresse, sussiste a carico del datore di lavoro l’obbligo di repechage anche in ordine alle mansioni inferiori».

Ciò posto, possiamo esaminare la recente Sentenza n. 26675/2018 della Corte di Cassazione, secondo la quale: nei casi di licenziamento intimato per motivo oggettivo consistente nell’inidoneità fisica o psichica del lavoratore – sia esso assunto come disabile ovvero anche nel caso di inidoneità sopravvenuta -, ove sussistenti nell’assetto organizzativo aziendale mansioni compatibili con lo stato di salute del lavoratore, anche inferiori rispetto a quelle in precedenza ascritte, il motivo posto a giustificazione del licenziamento è da ritenersi del tutto insussistente, con conseguente applicazione della tutela reintegratoria prevista dall’art. 18, comma 4, dello Statuto dei lavoratori.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso proposto da una lavoratrice che è stata licenziata da una Congregazione religiosa per sopravvenuta inidoneità fisica allo svolgimento delle mansioni attribuite. La Congregazione non ha effettuato nessuna offerta di posti alternativi di lavoro, neanche in termini di demansionamento o trasferimento presso altra sede.

Il Giudice di appello, pertanto, ha ritenuto violato l’obbligo di repechage, ma ha comunque dichiarato risolto il rapporto di lavoro intercorso tra le parti, condannando la Congregazione al pagamento, in favore della lavoratrice, di un’indennità risarcitoria determinata in venti mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

La Suprema Corte, invece, ha riconosciuto il diritto della lavoratrice alla reintegrazione ai sensi dell’art. 18, comma 4, Statuto dei lavoratori, come novellato dalla Legge n. 92/2012.

Stefano Capuano