Mes, Sure, Recovery Fund, BCE…una pioggia di aiuti dall’Europa?

Il dibattito si sta facendo sempre più acceso sull’utilizzo o meno dei fondi che l’Unione Europea sta mettendo in campo contro l’emergenza economica determinata dal Covid19.

Utilizzare o meno i vari fondi messi a disposizione, per la verità ancora tutti da determinare sia negli importi che nei tempi e con quali condizionalità, sta accendendo il dibattito tra le forze politiche non solo tra maggioranza e opposizione, ma addirittura all’interno della maggioranza stessa.

Dall’inizio della pandemia l’Europa ha mostrato fino ad oggi forse il suo lato peggiore, relegando in un angolo tutti quei principi solidaristici che hanno animato la sua nascita. Difficoltà politiche legate a diverse concezioni sia per diverse scuole di pensiero su teorie economiche, sia per diverse visioni culturali ed antropologiche, hanno portato ad una contrapposizione tra i cosiddetti paesi virtuosi, capitanati dall’Austria, Olanda, Svezia e paesi bassi; e quelli accusati di essere meno virtuosi come l’Italia, la Spagna, la Francia, il Portogallo.

In realtà fino a questo momento gli aiuti da parte dell’Europa si sono concretizzati solamente in acquisti da parte della BCE di titoli di stato per quantitativi tornati ai livelli della BCE guidata da Mario Draghi. Per tutto il resto, oltre all’autorizzazione da parte della Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen a sforare sul rapporto debito/Pil, altro non vi è stato.

Il MES, tanto sbandierato e fonte di discussioni animate sul suo utilizzo o meno, ha preso forma sugli importi che ciascun Stato, che ne farà richiesta su base volontaria, per gli importi e sui costi che comporterà accedervi o meno. Occorre rilevare che i questi costi non sono proibitivi ad onor del vero. Essi sono ampiamente al di sotto dei tassi di interesse che oggi l’Italia paga per i propri titoli di stato, e quindi da un punto di vista meramente finanziario la convenienza è indubbia. La condizionalità allo stato attuale sembra essere solamente una rendicontazione puntuale e verificabile dell’uso di questi denari che devono essere usati esclusivamente per spese legate alla sanità in ciascun paese.

In verità occorre ricordare che le cose non sono così semplici e al di là dei proclami della stessa Unione Europea e dei componenti della commissione secondo i quali non vi sarebbero le condizionalità a suo tempo previste per l’utilizzo del MES, condizioni molto dure e onerose, chiedere alla Grecia, stabilite con i vari trattati succedutisi, non vi è nessuna modifica ai trattati stessi che fanno diventare il MES uno strumento privo di rischi di troika e quant’altro.

E qui il panorama politico italiano si è spaccato tra chi sostiene che occorra utilizzare questi fondi, che per la parte italiana ammontano a circa 37mld, il 2% del Pil, da investire nella sanità dopo anni e anni di tagli di posti letto e prestazioni, e chi nutre seri dubbi sulle condizionalità previste dall’utilizzo del MES e che allo stato attuale non sono state formalmente modificate nei trattati in essere, vista anche l’eccezionalità della situazione.

Altro discorso meritano i cosiddetti Recovery Fund. Un fondo di svariate centinaia di miliardi, ancora non è ben chiaro l’ammontare, da reperire sul mercato per finanziare l’emergenza economica derivante dal lockdown che i vari paesi hanno dovuto adottare, con conseguenze disastrose sul sistema economico industriale dei vari paesi, e che graveranno sul prossimo bilancio dell’Unione Europeo, quindi senza una mutualità sul debito complessivo di ogni paese.

Fondi che saranno, almeno sembra, in parte sotto forma di sussidi e in parte prestiti da restituire in un periodo di tempo molto lungo a tassi agevolati.

I Paesi “virtuosi” hanno chiesto che questi fondi debbano essere soggetti ad una verifica costante da parte della Comunità Europea circa il loro effettivo utilizzo e a fronte di importanti riforme che tutti gli stati ed in particolar modo l’Italia si dovrà impegnare a mettere in atto per far sì che inizi anche a calare l’enorme debito pubblico che si stima possa raggiungere entro la fine del 2020 un rapporto vicino al 160% del PIL.

Ulteriore difficoltà sulla strada dei Recovery Fund sono i tempi di attuazione. Per dar corso pratico a questo strumento occorrerà del tempo, molto tempo. Essi dovranno essere approvati dai 27 paesi aderenti e la strada in questo senso sembra tutt’altro che in discesa. Ad essere ottimisti l’attuazione pratica non si può prevedere prima del 2021, quando le esigenze non sono del domani, ma addirittura di ieri. Quindi si rischia di arrivare ad utilizzare questi fondi quando vi saranno aziende piccole, medie e anche grandi che avranno già chiuso e dichiarato bancarotta.

Ora i problemi da affrontare seriamente nel nostro paese sono due.

Il primo attuare finalmente uno scatto in avanti in quanto ad una maggiore assunzione di responsabilità da parte della nostra classe politica per sburocratizzare una pubblica amministrazione che ormai è il vero laccio legato alla caviglia di un sistema che si avvita sempre di più su stesso, e che rende impossibile avviare un processo di semplificazione normativo e renda più semplice l’avvio del grande piano di opere pubbliche di cui il paese necessita, e questo vuol dire molti nuovi posti di lavoro. Cosa peraltro non impossibile, basti pensare e prendere ad esempio la ricostruzione del Ponte di Genova: in due anni circa è stata realizzata un’opera imponente che in altre condizioni, e di questi esempi l’Italia ne è piena, avrebbe richiesto decenni proprio per quella burocrazia in cui il paese sta ormai annegando.

Allo stesso modo di come non sia più rinviabile una forte e drastica riduzione a tutte le leggi e leggine, adempimenti burocratici e amministrativi che impediscono e limitano l’inizio di qualsiasi attività imprenditoriale in questo paese.

Ed in secondo luogo una stagione di rinnovamento politico da parte di chi sarà chiamato alla guida del paese e delle forze che sosterrano i vari governi che si succederanno, a cominciare dall’attuale, nel non aver paure e timori nel operare scelte anche impopolari o che possano mettere a rischio la conservazione della propria base elettorale o di poltrone, davanti all’esigenza che questo paese ha di crescere e di porsi come un paese serio ed affidabile.

In una parola governare tenendo come stella polare non i propri interessi personali o di partito ma quelli di un paese credibile, dove ciò che viene promesso viene rispettato e mantenuto sia a livello interno che nei confronti degli altri paesi, soprattutto europei.

Non dobbiamo aver paura del cambiamento se il cambiamento può salvarci.

Lorenzo Ferragamo