Metamorfosi grillina: da movimento antisistema a partito politico sistemico

L’evoluzione, o l’involuzione, di un movimento politico nato con lo scopo di cambiare l’Italia e che invece è cambiato per adeguarsi alla politica italiana.

“Il potere logora chi non ce l’ha”. La famosa frase di Giulio Andreotti sembra il miglior prologo all’involuzione del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.

Alle ultime elezioni politiche il Movimento5Stelle è risultato il partito di maggioranza relativa. Una maggioranza che ne ha fatto un interlocutore imprescindibile per la formazione di ogni Governo in questa legislatura.

All’indomani delle elezioni i vertici del Movimento hanno preteso “consultazioni” in streaming con tutte le forze politiche e con il “Presidente incaricato”, fedeli al loro credo e al loro programma premiato dall’elettorato. Successo che vale la pena ricordare è stato soprattutto frutto di un malcontento popolare sottovalutato dal tutti gli altri partiti politici.

Il motto dei pentastellati è stato: “al governo con chi condivide il nostro programma”.

Ben presto hanno capito che le cose non erano così semplici.

Con il Governo Conte1 hanno dovuto fare i conti con la Lega e scendere a compromessi come i Decreti Sicurezza, Quota 100 per le pensioni, ed una linea più intransigente sugli sbarchi degli immigrati, per avere il via libera sul Reddito di Cittadinanza.

Con il Governo Conte2 hanno rinnegato i Decreti Sicurezza, da loro stessi approvati nel Conte1, e al Governo hanno dovuto accettare il Partito Democratico, da sempre osteggiato con frasi del tipo: “Mai con il PD” oppure mai con il “Partito di Bibbiano”, e la presenza di Italia Viva di Matteo Renzi pur di evitare le elezioni anticipate e vedere almeno dimezzato il numero dei parlamentari, e restare comunque nella sala dei bottoni.

Per finire oggi al Governo Draghi, presieduto dalla figura che nel mondo pentastellato ha da sempre rappresentato il diavolo, cioè quel mondo fatto di interessi e commistioni tra potere economico e potere politico. Quel Mario Draghi che nell’immaginario pentastellato è stato il nemico per antonomasia e che mai avrebbe dovuto risorgere ed essere addirittura chiamato alla guida del Paese. Tutto questo ha provocato una profonda crisi interna con decine di parlamentari espulsi o che hanno lasciato il movimento di Beppe Grillo e Luigi Di Maio, nonostante gli appelli congiunti ad essere “responsabili” e “maturi”.

Al confronto le “Convergenze parallele” per aprire al “Compromesso Storico” attribuite ad Aldo Moro, in realtà l’espressione fu coniata da Eugenio Scalfari nel 1960 giornalista dell’Espresso, sono un semplice esercizio lessicale davanti delle giravolte grilline.

Espulsioni, si avete letto bene: espulsioni. Espulsi perché non ligi alle direttive dei vertici e non già perché contrari al programma con il quale si sono presentati all’elettorato, ma solo perché contrari a quello che i vertici hanno deciso, nelle segrete stanze, essere ora più conveniente per Grillo&Co.

Questo è il Movimento 5 Stelle. Un Movimento che al momento del bisogno si appella alla base che decide cosa fare e cosa non fare. Una base composta da poco più di 100.000 iscritti che hanno, loro soli unti dal Signore e folgorati sulla via di Damasco, diritto al voto e i cui risultati devono essere accettati dagli organi, inesistenti, del Movimento e dai parlamentari eletti. Per un Movimento che nasce con l’intento di dare voce al popolo, affermare che questo sia esercizio di Democrazia da prendere ad esempio per le generazioni future è perlomeno azzardato

La mancanza di una visione politica strategica e soprattutto di una coerenza risulta ancora più evidente nei pentastellati se ricordiamo le dichiarazioni del Movimento a proposito del Referendum sulla riforma Costituzionale voluto dal Governo Renzi. Le posizioni del movimento erano nettamente schierate per il NO. Un “no” motivato da rappresentanti di spicco come Crimi e Toninelli che invocavano, se fosse passato il SI, la “mancanza del diritto di voto da parte degli elettori” e che i “parlamentari sarebbero stati scelti nelle stanze dei partiti”. Affermazione questa che definire perlomeno contraddittoria è un eufemismo, visto che la strategia politica del Movimento viene decisa con una votazione sulla piattaforma Rousseau da poche decine di migliaia di “eletti” dei quali peraltro non si sa nulla.

E questo senza voler a tutti i costi insistere sempre sulla scarsa lucidità politica e mancanza di visione strategica dei capi del Movimento che se avessero avuto la lungimiranza di votare per il SI, avrebbero corso il “rischio” di ritrovarsi come partito di maggioranza assoluta alle elezioni del 2018 e quindi avere la possibilità di “cambiare” davvero il paese secondo il loro progetti; altra storia è pensare che sarebbe stato un bene visti i risultati invero deludenti della classe politica che li ha rappresentati in questi due anni e mezzo di governo.

Più che voce al popolo il Movimento sembra piuttosto rifarsi ad uno dei capisaldi di quella corrente di pensiero che ha trovato mentori in Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Robert Michels, l’elitismo: secondo cui una minoranza organizzata governa sulla maggioranza disorganizzata.

Ora è difficile pensare che i pentestallati possano aver fatto un tale salto culturale per avere piena coscienza della teoria dell’elitismo, ma è certo il fatto che hanno ben compreso, e fatto proprio, il principio secondo il quale è sempre meglio essere nella stanza dei bottoni invece di restarne fuori.

L’obiettivo dichiarato è continuare ad essere presenti nel “Governo Draghi” innanzitutto per continuare a sedere nella stanza dei bottoni, anche se fortemente ridimensionati. In secondo luogo per poter raccogliere nelle urne i benefici, che tutti ci auguriamo, della ripresa economica conseguente ad una corretta spesa e gestione dei fondi che arriveranno dal Recovery Fund.

Urne che sicuramente si riapriranno all’indomani dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica il prossimo anno e che con ogni probabilità, a meno di gravi stravolgimenti, vedranno lo stesso Draghi salire al Quirinale, lasciando così lo spazio a tutti i partiti per un nuovo confronto elettorale con un Recovery Fund impostato per i prossimi anni.

Lorenzo Ferragamo

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