Pagare la cartella esattoriale non esclude l’impugnazione della stessa

Il pagamento eseguito dal contribuente in corso di giudizio, o la rateizzazione degli importi indicati nella cartella esattoriale, non integra acquiescenza alla pretesa tributaria e non preclude, pertanto, la possibilità di impugnarla.

Buone notizie per i contribuenti. Con l’ordinanza n. 20962/2020 del 1° ottobre 2020 la Suprema Corte di Cassazione ha ribadito il principio secondo cui soltanto il pagamento spontaneo delle somme richieste con l’atto dispositivo costituisce manifestazione di volontà di aderire alla pretesa tributaria. Mentre il pagamento, come anche la rateizzazione degli importi indicati nella cartella di pagamento, non integra acquiescenza alla pretesa tributaria, se eseguito al solo fine di evitare un’esecuzione nei propri confronti, e non preclude, pertanto, la possibilità di procedere all’impugnazione della cartella esattoriale.  

Il caso: una società contribuente ha impugnato la cartella di pagamento relativa al periodo di imposta dell’anno 2011, per IRAP, ritenute alla fonte, addizionali e accessori, provvedendo nelle more del giudizio al pagamento degli importi. La Commissione Tributaria Provinciale di Cosenza ha dichiarato l’estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere e la Commissione Tributaria Regionale della Calabria, con sentenza in data 23 luglio 2018, ha rigettato l’appello della società contribuente, ritenendo che il versamento effettuato dal contribuente ha natura di adempimento di obbligazione pecuniaria, non revocabile, con conseguente improcedibilità del giudizio per carenza di interesse.

Il contribuente proponeva ricorso per cassazione deducendo, come unico motivo di impugnazione, la violazione e falsa applicazione dell’art. 46 del Decreto Legislativo del 31 dicembre 1992 n. 546, nella parte in cui la sentenza di appello ha ritenuto la carenza di interesse del contribuente a coltivare il giudizio per effetto del pagamento della cartella. Il ricorrente eccepiva che il pagamento era stato eseguito al solo scopo di evitare successivi procedimenti espropriativi e non quale adempimento spontaneo dell’obbligazione tributaria.

Gli ermellini hanno ritenuto fondato il ricorso sulla base delle seguenti considerazioni:

E’ principio comunemente affermato, precisa la Corte, quello secondo cui la cessazione della materia del contendere postula che le parti si diano reciprocamente atto del sopravvenuto mutamento della situazione sostanziale dedotta in giudizio e sottopongano conclusioni conformi in tal senso al giudice (Cass. Sez. U. 26 luglio 2004 n. 13969). Principio applicabile anche nel processo tributario, occorrendo che la parte che ha agito in giudizio per la tutela dei propri interessi ne abbia conseguito l’integrale soddisfacimento ad opera della controparte (Cass. Sez. V, 18 gennaio 2006 n. 909, Sez. IV, 10 dicembre 2013, n. 27598) e che, ove il fatto sopravvenuto sia assunto da una sola parte in assenza di conclusioni conformi, il Giudice ha il compito di valutare l’avvenuto soddisfacimento (Cass., Sez. VI, 16 marzo 2015, n. 5188).

In tale prospettiva, il pagamento, come anche la rateizzazione degli importi indicati nella cartella di pagamento, non integra acquiescenza alla pretesa tributaria, atteso che non può attribuirsi al puro e semplice riconoscimento di essere tenuto al pagamento di un tributo, contenuto negli atti della procedura di accertamento e di riscossione, l’effetto di precludere ogni contestazione in ordine all’an debeatur.

Il principio della inidoneità del pagamento non spontaneo (bensì coatto) a provocare la cessazione della materia del contendere è, del resto, speculare al principio, anch’esso affermato dalla Suprema Corte, della sussistenza dell’interesse dell’Ufficio alla controversia in caso di sgravio di una cartella di pagamento in seguito ad una sentenza favorevole al contribuente, in quanto trattasi di comportamento che può fondarsi anche sulla mera volontà di evitare le ulteriori spese del procedimento espropriativo (Cass., Sez. V, 1 aprile 2016, n. 6334; Cass., Sez. VI, 16 luglio 2019, n.18976). Nella specie, parte contribuente ha allegato sin dal primo grado di giudizio che il pagamento, intervenuto in corso di causa, è avvenuto non spontaneamente, ma per evitare successivi atti espropriativi in proprio danno, il che non può qualificarsi come comportamento di acquiescenza alla pretesa tributaria.

Marcello Gargiulo

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