Prevenzione infortuni. Obbligo informativo del Datore di lavoro

La responsabilità penale del datore di lavoro può essere affermata sulla base della sola testimonianza dell’ispettore che ha eseguito l’accesso in azienda.

La responsabilità penale del datore di lavoro, derivante dal non aver informato il personale dei rischi lavorativi, delle misure di prevenzione e protezione, degli obblighi derivanti dalle normative e dalle disposizioni aziendali inerenti alla sicurezza, può essere affermata sulla base della sola testimonianza dell’ispettore che ha eseguito l’accesso in azienda, purché si riferisca a dati rilevati attraverso l’osservazione diretta.

Provvedimento Cass. Sez. III Pen., Sent. 10/10/2019 n. 41600.

Il caso 

Un ristoratore non ha fornito a una aiuto-cameriera assunta “in nero” le informazioni sulla sicurezza e prevenzione degli infortuni, così come previsto dagli artt. 18, 36 e 37 del D.lgs. n. 81 del 2008.

La violazione dell’obbligo d’informazione, è stato rilevato da un’ispettrice del lavoro, la quale ha sottoposto la lavoratrice in questione a una sorta di intervista, per appurare le sue conoscenze in materia.  La lavoratrice, ad esempio, non è stata in grado di riferire dove fossero collocati gli estintori nel locale ricettivo dove svolgeva la sua prestazione. Le informazioni acquisite dall’ispettrice nel corso dell’accesso presso il luogo di esercizio dell’attività d’impresa, poi riferite al Giudice, hanno determinato la condanna del Datore di lavoro alla pena di 2.000 euro di ammenda.

Premessa

La Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione si è recentemente pronunciata in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, con particolare riguardo all’obbligo di formazione, informazione e addestramento di cui agli artt. 18, lett. l), 36 e 37 del D.lgs. n. 81 del 2008.

In base alle norme sopra citate il datore di lavoro, per non incorrere in responsabilità penali, deve informare i dipendenti dei rischi specifici per la sicurezza e la salute in relazione all’attività svolta nell’impresa, non solo attraverso l’esplicitazione di divieti, ma anche attraverso l’indicazione delle conseguenze che determinati comportamenti lavorativi possono comportare (Cass. pen., n. 34771/2010).

A tal riguardo, dalla lettura della sentenza n. 41600/2019 pubblicata il 10 ottobre dalla Terza Sezione Penale della Suprema Corte, emerge che il Giudice, per accertare la responsabilità penale del datore di lavoro, in relazione alla violazione del dovere di informazione in discorso, può avvalersi della sola testimonianza dell’ispettore che ha eseguito l’accesso in azienda: ove essa abbia a oggetto dati rilevati attraverso l’osservazione diretta.

In questo caso, ai fini dell’utilizzabilità del mezzo di prova (art. 195 c.p.p.), non è necessario escutere come testimone anche il lavoratore che ha risposto alle domande del funzionario ispettivo.

Ciò premesso, si passa a riassumere il caso esaminato dai Giudici della Suprema Corte e da essi deciso in senso sfavorevole all’imputato.

In base all’art. 195 c.p.p.: “Quando il testimone si riferisce, per la conoscenza dei fatti, ad altre persone, il giudice, a richiesta di parte, dispone che queste siano chiamate a deporre”. L’inosservanza di tale disposizione: “rende inutilizzabili le dichiarazioni relative a fatti di cui il testimone abbia avuto conoscenza da altre persone, salvo che l’esame di queste risulti impossibile per morte, infermità o irreperibilità”.

In base alla lettera l) del D.lgs. n. 81 del 2008, il datore di lavoro e i dirigenti devono assolvere obblighi d’informazione, formazione e addestramento di cui agli artt. 36 e 37.

In particolare all’art. 36 (“Informazione ai lavoratori”), dispone:

  1. Il datore di lavoro provvede affinché ciascun lavoratore riceva un’adeguata informazione sui rischi per la salute e sicurezza sul lavoro connessi alla attività della impresa in generale; sulle procedure che riguardano il primo soccorso, la lotta antincendio, l’evacuazione dei luoghi di lavoro; sui nominativi dei lavoratori incaricati di applicare le misure di cui agli articoli 45 e 46; sui nominativi del responsabile e degli addetti del servizio di prevenzione e protezione e del medico competente;
  2. Il datore di lavoro provvede altresì affinché ciascun lavoratore riceva un’adeguata informazione: sui rischi specifici cui è esposto in relazione all’attività svolta, le normative di sicurezza e le disposizioni aziendali in materia; sui pericoli connessi all’uso delle sostanze e delle miscele pericolose sulla base delle schede dei dati di sicurezza previste dalla normativa vigente e dalle norme di buona tecnica; sulle misure e le attività di protezione e prevenzione adottate;
  3. Il datore di lavoro fornisce le informazioni di cui al comma 1, lettera a), e al comma 2, lettere a), b) e c), anche ai lavoratori a domicilio e che rientrano nel campo di applicazione del contratto collettivo dei proprietari di fabbricati;
  4. Il contenuto dell’informazione deve essere facilmente comprensibile per i lavoratori e deve consentire loro di acquisire le relative conoscenze. Ove l’informazione riguardi lavoratori immigrati, essa avviene previa verifica della comprensione della lingua utilizzata nel percorso informativo.

Ebbene, nel caso che ci occupa, il Tribunale di Livorno ha condannato il Datore di lavoro alla pena di 2.000 euro di ammenda, in quanto lo ha ritenuto colpevole del reato di cui all’art. 36, comma 1, del D.lgs. n. 81 del 2008, per non aver fatto sì che una aiuto cameriera assunta “in nero”, al momento dell’avviamento al lavoro, ricevesse un’adeguata informazione su una pluralità di aspetti, ovvero:  sui rischi per la salute e la sicurezza sul lavoro, connessi all’attività d’impresa in generale;  sulle procedure che riguardano il primo soccorso, la lotta antincendio e l’evacuazione dei luoghi di lavoro; sui nominativi dei lavoratori incaricati di applicare le misure di cui agli art. 45 (“Primo soccorso”) e 46 (“Prevenzioni incendi”) del D.lgs. n. 81 del 2008 e s.m.i.; e infine sui nominativi del responsabile e degli addetti del servizio di prevenzione e protezione, nonché del medico competente.

Nel caso di specie, il fatto che ha dato luogo al procedimento penale è stato segnalato da un’ispettrice del lavoro, le cui dichiarazioni in sede processuale hanno determinato la condanna del Datore di lavoro.

Ed è proprio su tale prova testimoniale che si è concentrata la strategia difensiva.

Secondo l’imputato, infatti, il Tribunale, erroneamente, ha ritenuto utilizzabili le dichiarazioni rilasciate nel corso dell’istruttoria dibattimentale dal funzionario ispettivo, che aveva riferito in merito alle dichiarazioni rese dalla lavoratrice nel corso dell’accertamento presso la sede dell’attività, senza che tali dichiarazioni fossero state debitamente verbalizzate;  ha omesso l’assunzione della testimonianza della lavoratrice, che invece avrebbe potuto colmare le lacune probatorie circa l’asserito inadempimento dell’obbligo informativo.

Per la Suprema Corte, il giudizio di colpevolezza pronunciato dal Giudice di merito non presenta quei vizi di legittimità denunciati con il ricorso e pertanto si rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Stefano Capuano