Risoluzione del contratto di associazione in partecipazione

Secondo la Sentenza n. 10496/2020 della Corte di Cassazione-Prima Sezione Civile, la cattiva gestione è motivo valido per richiedere la risoluzione del contratto.

Il contratto di associazione in partecipazione può essere risolto per grave inadempimento, laddove l’associante esegua prelievi di somme per esigenze personali tanto da compromettere la redditività dell’impresa e ometta di destinare all’azienda l’apporto dell’associato nonché di esibire a quest’ultimo i documenti contabili e il rendiconto.

È quanto emerge dalla lettura della Sentenza n. 10496/2020 della Corte di Cassazione-Prima Sezione Civile che affronta il tema della risoluzione del contratto di associazione in partecipazione a causa dell’inadempimento dell’una o dell’altra parte (nel caso di specie, dell’associante).

La Corte d’Appello di Firenze, in riforma della decisione del primo Giudice, ha dichiarato risolto il contratto di associazione in partecipazione oggetto di controversia, ritenendo fondati i motivi esposti dalla parte attrice, incentrati sul grave inadempimento del convenuto, consistente nella violazione del principio di buona fede da parte dell’associante, a causa della cattiva gestione dell’impresa (un’attività di tabaccheria), caratterizzata da:

  • continui prelievi dalle casse aziendali;
  • distrazione dei conferimenti in denaro apportati dall’associato;
  • violazione dell’obbligo di rendicontazione.

Tutte circostanze, quelle sopra elencate, che non sono state idoneamente smentite dalle allegazioni del convenuto, la Corte territoriale ha dunque ritenuto giustificata la condanna dell’associante:

  • alla restituzione all’associato della somma di 130.000 euro, oltre interessi legali dal conferimento,
  • ma non anche al pagamento degli utili e al risarcimento del danno, in relazione alla seconda parte dell’art. 1458 cod. civ..

Altresì la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, nel respingere il ricorso proposto dall’associante avverso la decisione a lui sfavorevole assunta dal Giudice dell’appello, ha respinto il ricorso e condannato, per l’effetto, il ricorrente al pagamento delle spese processuali del giudizio di legittimità.

Riportando un estratto della sentenza:

“Stante la natura sinallagmatica (reciproca)  del rapporto di associazione in partecipazione, si è ritenuta applicabile la disciplina della risoluzione, propria dei contratti di scambio, con valutazione della gravità degli addebiti mossi all’associate o all’associato alla luce del complessivo comportamento delle parti, dell’economia generale del rapporto e del principio generale di esecuzione del contratto secondo buona fede, che si traduce nel dovere specifico di portare a compimento l’affare o l’operazione economica entro il termine ragionevolmente necessario a tale scopo (cfr.: Cass. 8027/2000, ove si è affermato che, non essendo il rendimento del conto l’unico, né il principale adempimento dovuto dall’associante all’associato, «il mancato rendimento del conto non comporta, necessariamente e qualunque sia concretamente la sua importanza, la risolvibilità del contratto, trovando applicazione il criterio dell’art. 1455 cod.civ.»; Cass. 2715/1996, ove si è affermato che «l’inerzia o il mancato perseguimento da parte dell’associante dei fini, cui l’attività d’impresa o di gestione dell’affare è preordinata determina inadempimento quando, secondo l’insindacabile apprezzamento del giudice di merito, si protragga oltre ogni ragionevole limite di tolleranza e può, perciò, dar luogo all’azione di risoluzione del contratto secondo le regole indicate negli artt. 1453 e 1454 cod. civ.»; Cass. 6951/1994: «l’associazione in partecipazione, inquadrabile nella categoria dei contratti di collaborazione, prevede il conseguimento di un risultato comune attraverso l’apporto dei partecipanti, che è in parte patrimoniale e in parte personale, di modo che la cessazione di uno solo, ma essenziale elemento dell’apporto pattuito, ben può costituire causa di risoluzione del contratto; peraltro il giudice di merito, nel valutare la fondatezza della domanda di risoluzione per inadempimento, ai sensi dell’art. 1455 cod. civ. deve tener conto della gravità dell’inadempimento, che deve essere accertata sulla base di un criterio relativo, nel quadro complessivo del rapporto e dei reciproci interessi dei contraenti, tenendo presente che, quando l’inadempimento di una parte non sia grave, il rifiuto dell’altra non è di buona fede e, quindi, non è giustificato”.

Riferimenti normativi

Cod. civ. Art. 2549. Nozione Con il contratto di associazione in partecipazione l’associante attribuisce all’associato una partecipazione agli utili della sua impresa o di uno o più affari verso il corrispettivo di un determinato apporto. Nel caso in cui l’associato sia una persona fisica l’apporto di cui al primo comma non può consistere, nemmeno in parte, in una prestazione di lavoro ii

Cod. civ. Art. 1458. Effetti della risoluzione. La risoluzione del contratto per inadempimento ha effetto retroattivo tra le parti, salvo il caso di contratti ad esecuzione continuata o periodica, riguardo ai quali l’effetto della risoluzione non si estende alle prestazioni già eseguite. La risoluzione, anche se è stata espressamente pattuita, non pregiudica i diritti acquistati dai terzi, salvi gli effetti della trascrizione della domanda di risoluzione

Stefano Capuano

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