Sanatoria per braccianti e colf. Non proprio a buon mercato

Nella bozza messa a punto dal Viminale tra la Ministra Lamorgese, insieme alle colleghe Catalfo e Bellanova, si prevede una regolarizzazione onerosa per imprese e braccianti e colf per un gettito stimato a favore dell’INPS di circa 91.56mln di euro.

La sanatoria per i braccianti e le colf costa 560,00 euro secondo il modello messo a punto dalla Ministra dell’Interno, Lamorgese, su mandato del Premier Conte unitamente a Teresa Bellanova(IV) e Nunzia Catalfo (M5S).

Della intera somma 400 euro saranno a carico delle imprese, come contributo forfettario oltre ad una successiva somma, da determinarsi con un successivo decreto ministeriale, da imputarsi a titolo retributivo, contributivo e fiscale per ogni lavoratore, sia migrante che italiano, per il quale si intende richiedere la messa in regola; e 160 euro in capo al migrante, che dopo le apposite trafile burocratiche riesce ad ottenere un permesso di soggiorno temporaneo di sei mesi e che in caso di assunzione con un regolare contratto potrà essere convertito da temporaneo in stabile.

Questa sembra essere la bozza uscita dal Viminale dopo le fibrillazioni che hanno agitato la maggioranza in queste ultimi giorni sul tema.

In tempi di crisi come questi generati dall’emergenza Covid-19, l’esborso economico da parte delle aziende non è di poco conto. Al pari di quello chiesto a braccianti e colf che vivono in condizioni di estreme precarietà, vedi soprattutto il fenomeno del caporalato, attività alla quale si cerca di porre un freno proprio con l’introduzione di questa norma, almeno nelle intenzioni del governo.

Agli immigrati in possesso di un permesso di soggiorno scaduto entro il 31 ottobre 2019 si da la possibilità di presentare una domanda presso la Questura per la concessione di un permesso temporaneo della durata di sei mesi, che si può tradurre poi in permesso di lavoro in caso di assunzione, per  la ricerca di un lavoro potendo dimostrare di aver svolto attività agricola, assistenza alla persona e/o lavoro domestico. Per questa pratica al richiedente è richiesto un contributo di 160 euro.

L’introito stimato è pari a circa 91,56mln di euro. Un carico pesante, in tempi di crisi. Gli stranieri interessati sono calcolati in 212mila per la prima procedura, 52mila per la seconda. Per il ministero dell’Interno si ipotizzano oneri da 75,11 milioni, di cui 63,3 milioni già nel 2020.

C’è da augurarsi vivamente che tale norma, al netto della burocrazia, sia davvero in grado di limitare, parlare di scomparsa del fenomeno del caporalato ci sembra azzardato ed eccessivo soprattutto al Sud, possa servire a regolarizzare situazioni difficili. Ma non c’è da essere ottimisti.