Una strategia italiana per l’Intelligenza Artificiale

L’IA ha già rivoluzionato l’economia e porrà nei prossimi due, al massimo cinque anni, nuove sfide nel mondo del lavoro, della formazione e dell’architettura stessa della società.

Parlare di intelligenza Artificiale (che d’ora in avanti chiamerò indifferentemente Intelligenza Artificiale o Artificial Intelligence) è compito arduo. L’IA ha già rivoluzionato l’economia e porrà nei prossimi due, al massimo cinque anni, nuove sfide nel mondo del lavoro, della formazione e dell’architettura stessa della società. Verranno coinvolti i diritti fondamentali dell’uomo e quindi, è indispensabile conoscerla e studiarla.

Ciò che è difficile è delinearne il perimetro effettivo, perché ogni volta che tentiamo di incasellarne i tratti salienti, lo schema sfugge e il confine si allarga.

Il tema è all’attenzione di studiosi di ogni disciplina; in tutta Europa e nel mondo industrializzato è un proliferare di esperti che si interrogano sulla grande opportunità che abbiamo di ricostruire una realtà sostenibile e competitiva e su come declinare l’utilizzo dell’AI, costruendone regole e governance, ma al contempo consentendone il pieno e consapevole sviluppo. Pochi giorni fa è stato pubblicato un documento intitolato “Proposte per una Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale” frutto dello studio e dei contributi di un nutrito gruppo (30) di esperti selezionati dal MISE. Un documento inedito, non vincolante, che rappresenta un ambizioso piano strategico per un uso responsabile dell’IA e per raccoglierne i benefici con un approccio che coniuga lo sviluppo sostenibile con la tecnologia, tenendo sempre l’uomo al centro dello sviluppo. Lo studio rappresenta la base con cui viene illustrata la strategia italiana nell’ambito del Piano Coordinato europeo sull’intelligenza Artificiale.

Man mano che ce ne occupiamo, vedremo che è arduo immaginare di dare una cornice ferma ed inalterabile al fenomeno. Si tratta di una frontiera mobile, in costante evoluzione e che occorrerà da parte del legislatore e poi del regolatore, un approccio quasi Costituzionale, con principi generali che consentano di adeguare di volta in volta l’azione a seconda dell’evenienza fattuale che si presenta. I confini del nuovo mondo “infosferico” si allargano man mano che la tecnologia raggiunge un nuovo livello.

Come ho più volte sostenuto occorrerà un livello di cooperazione fra imprese, università, istituzioni e cittadini. Occorrerà tenere ferma la barra del timone nelle mani dell’uomo. L’approccio umanocentrico come vedremo, è di fondamentale importanza nella Digital Age, come Paolo Benanti (uno degli esperti nominati dal MISE, teologo e scrittore) ha intitolato il suo ultimo libro (appunto DIGITAL AGE), perché si tratta di vivere la nuova epoca della storia dell’uomo, che utilizzi la tecnologia per lo sviluppo sostenibile, per proteggere i diritti fondamentali dell’uomo, diminuire i divari di povertà e diseguaglianza esistenti e ci portino verso una nuova stagione in cui non solo si riesca a prevenire e contenere nell’immediato una sciagura come quella del Covid-19 ed altre che potranno abbattersi sul pianeta, ma che si riporti anche ad una prosperità economica, ambientale, sociale e culturale.

Un nuovo Rinascimento lo hanno definito i 30 esperti. Nelle loro 80 proposte hanno immaginato una “RenAIssance” in grado di ridefinire il rapporto tra uomo e macchina nel quale la tecnologia aumenta le capacità umane, al fine di preservarne la ricchezza culturale e materiale, il bene comune e lo sviluppo sostenibile.

La cosa è a dir poco elettrizzante, perché mentre tutti noi stiamo pensando a come e quando torneremo alla normalità, già ci rendiamo conto che vi sarà solo un new normal, in cui tutti i paradigmi noti sono destinati a mutare, come mutanti saremo noi, chi più e chi meno, chi prima e chi dopo. l’importante è essere consapevoli e non lasciarsi sfuggire l’opportunità che abbiamo di fronte e decidere se vogliamo determinare il futuro che desideriamo o se ci accontenteremo del futuro che ci capita.

Ora, anche se ognuno di noi pensa di conoscere che cos’è l’IA, proviamo a fare un passo indietro per tentare di comprendere questo nuovo strumento nelle mani dell’uomo e partiamo dalla nascita, definizione e funzionamento dell’Intelligenza Artificiale, per poi esaminarne le possibili applicazioni positive, le criticità e verificare se esiste una infrastruttura normativa che sia in grado di garantire la tutela dei diritti inviolabili e fondamentali dell’essere umano, o se siamo tutti destinati ad essere governati dalle macchine. In effetti questo è uno degli interrogativi che, in assenza della conoscenza, attanagliano le menti.

Allora, partiamo dal definire che cos’è l’IA, o forse che cosa non è.

Avete mai visto il piccolo robottino aspirapolvere di nome Rowenta? Quella piccola macchina, apparentemente un giocattolino, è governata da un algoritmo che immagazzina in continuazione tutti i dati disponibili (le misure di una stanza) e di calcolare in continuazione quanti centimetri gli rimangono da pulire per coprire esattamente tutta la superficie, prima di tornare docilmente alla base dove si ricaricheranno. Non è formidabile? Eppure non è ancora nulla, rispetto a quello che l’IA può realmente fare.

Al di là delle molteplici definizioni di intelligenza date da studiosi di tutti i tempi, come Spearmen, Vernon, o Piaget, la capacità di acquisire e applicare conoscenze complesse (definizione del dizionario di Oxford), possiamo dire che questa appartiene, o può appartenere alla IA.

Essa, come vedremo, è infatti la capacità di una macchina, un computer, un robot, poco importa il contenitore materiale, di elaborare una quantità di dati impressionante (Big Data) reperiti sul web o aliunde, ad una velocità formidabile e, attraverso un procedimento computazionale o indotto dal c.d. machine learning, o ancora, deep learning, restituire, secondo un algoritmo prestabilito, un risultato simile a quello che potrebbe dare un essere umano. Naturalmente in taluni casi, per fornire lo stesso risultato occorrerebbero decine di studiosi e molti mesi, mentre l’IA lo fornisce in pochi secondi o minuti, o manciate di ore.

Perché ritengo che ad oggi l’Intelligenza Artificiale può dirsi solo simile a quella umana, ma non in grado di eguagliarla? Perché la capacità di mettere in correlazione grandi quantità di dati, elaborarle e concretizzarle in risultati secondo una formula predeterminata è sì un risultato strabiliante, ma non sufficiente ad essere chiamato Intelligenza. Alle macchine manca, per ora, la capacità, tutta umana, di valutare tutte le possibili variabili, la sensibilità, l’intuizione, l’istinto, l’equità e molto molto altro. Manca all’IA, sostanzialmente, la capacità di superare il c.d. “muro del significato”. L’AI non possiede il significato delle cose (dal libro di Alessandro Longo e Guido Scorza “Intelligenza Artificiale”).

Ecco perché non dobbiamo avere timore dell’IA. Ecco perché dobbiamo conoscerla e indirizzarla; utilizzarla come una realtà aumentata da modellare a nostro piacimento secondo regole e modelli ancora tutti da scrivere. Di questo e della struttura giuridica che attualmente sostiene l’IA parleremo in seguito.

Ci basti in questa sede sottolineare come già nel 1942 lo scrittore Isaac Asimof formulò le tre leggi della robotica: 1) un robot non può recare danno agli esseri umani, né può permettere che a causa del suo mancato intervento, gli esseri umani ricevano danno; 2) un robot deve ubbidire agli ordini che vengono impartiti dagli esseri umani, tranne nel caso che tali ordini contrastino con la prima legge; 3) un robot deve salvaguardare la propria esistenza, purché ciò non contrasti con la prima e la seconda legge; successivamente formulò la legge zero: un robot non può recare danno all’umanità, né può permettere che a causa del suo mancato intervento, l’umanità riceva un danno. Rinvio ai miei scritti come l’IA e l’etica dell’algoritmo, per accennare che, da allora ad oggi sono emersi altri concetti ed esigenze sulle quali pure mi diffonderò in seguito quando parleremo di diritto e IA, come la roboetica e l’algoretica.

Dal 1940 agli anni 90, sono accadute molte cose, ma certo dal 2000 ad oggi, il ritmo è incessantemente aumentato e le scoperte su cosa si può fare con l’IA sono aumentate esponenzialmente all’aumento della capacità computazionale e della quantità dei dati disponibili in rete.

Non tratterò ora in dettaglio dell’escursus storico evolutivo dell’IA, rinviando a quanto già da me ed altri autori scritto e comunque a quanto emergerà di volta in volta, a seconda dei casi, ma certo non può sfuggire il cambiamento epocale in atto e come l’IA può portare benessere e sviluppo. Ciò su cui bisogna lavorare adesso e con enorme intensità sono le regole e l’algoritmo, la qualità dei dati, il rispetto della cornice legislativa e della privacy; a ciò si deve aggiungere una diffusione massiva della conoscenza, una formazione a tutti i livelli; una pratica di re-skilling sul lavoro e, specie a seguito della tragedia pandemica, un utilizzo di tutte le risorse possibili per prevedere conservare, prevenire altri disastri di questo genere. È l’occasione irripetibile di modificare radicalmente i paradigmi della nostra esistenza operando quel by pass che ho citato in altri scritti su questa rivista e che solo consentirà al cuore del pianeta di continuare a battere, consegnando ai giovani le giuste leve per innalzarsi dal fango lasciato da una pioggia torrenziale fatta di errori e di scelte poco etiche e viaggiare sugli appoggi della storia volando alti verso un mondo senza guerre, senza fame, senza diseguaglianze, in cui la competizione venga sempre accompagnata dalla cooperazione.