Videosorveglianza non autorizzata. Quando non è reato

Non è reato quando l’installazione dell’impianto, non concordato con le rappresentanze sindacali, sia strettamente funzionale alla tutela del patrimonio aziendale.

Secondo la Corte di Cassazione: “deve escludersi la configurabilità del reato concernente la violazione della disciplina di cui all’art. 4 legge 20 maggio 1970, n. 300, quando l’impianto audiovisivo o di controllo a distanza, sebbene installato sul luogo di lavoro in difetto di accordo con le rappresentanze sindacali legittimate, o di autorizzazione dell’Ispettorato del Lavoro, sia strettamente funzionale alla tutela del patrimonio aziendale, sempre, però, che il suo utilizzo non implichi un significativo controllo sull’ordinario svolgimento dell’attività lavorativa dei dipendenti, o debba restare necessariamente “riservato” per consentire l’accertamento di gravi condotte illecite degli stessi”.

Un commerciante ha installato all’interno dei locali dell’azienda alcune telecamere in assenza del previo accordo sindacale o, in alternativa, dell’autorizzazione amministrativa.

Il difensore del commerciante in questione, nell’opporsi dinanzi alla Corte di Cassazione alla sentenza di condanna pronunciata dal Tribunale di Viterbo alla pena di 200,00 euro di ammenda, previa concessione delle circostanze attenuanti generiche, ha denunciato la violazione di legge con riferimento agli artt. 4, commi 1 e 2, e 38 legge 20 maggio 1970, n. 300, sostenendo che: gli impianti video installati non erano strumenti di controllo lesivi della libertà e dignità dei lavoratori, bensì sistemi difensivi a tutela del patrimonio aziendale.

Il ricorrente ha rappresentato che gli impianti in questione – come pure confermato dalla testimonianza resa dalla moglie dell’imputato – erano stati adottati a seguito del verificarsi di mancanze di merce nel magazzino e rivolti solo verso la cassa e le scaffalature

La Suprema Corte, in accoglimento del ricorso dell’imputato, ha annullato la condanna e ha imposto al Giudice di merito di pronunciarsi nuovamente attenendosi ai principi di diritto enunciati nell’ordinanza di rinvio.

Le ragioni della decisione

Ricostruito minuziosamente il quadro normativo di riferimento – passando in rassegna sia le riforme legislative succedutesi nel tempo sia l’evoluzione giurisprudenziale sulla questione della disciplina sanzionatoria per i controlli del Datore di lavoro che siano lesivi della dignità e della riservatezza dei dipendenti -, gli Ermellini sono pervenuti alla conclusione che:

deve escludersi la configurabilità del reato concernente la violazione della disciplina di cui all’art. 4 legge 20 maggio 1970 n. 300, quando l’impianto audiovisivo o di controllo a distanza, sebbene installato sul luogo di lavoro in difetto di accordo con le rappresentanze sindacali legittimate, o di autorizzazione dell’Ispettorato del Lavoro, sia strettamente funzionale alla tutela del patrimonio aziendale, sempre, però, che il suo utilizzo non implichi un significativo controllo sull’ordinario svolgimento dell’attività lavorativa dei dipendenti, o debba restare necessariamente “riservato” per consentire l’accertamento di gravi condotte illecite degli stessi”.

L’errore del Tribunale

La sentenza impugnata – chiosano gli Ermellini – «in effetti, ha affermato la penale responsabilità del ricorrente osservando che nell’esercizio commerciale del medesimo era installato un sistema di videosorveglianza dei lavoratori non concordato con i sindacati, né altrimenti autorizzato, ma anche riportando, senza alcun esame critico, le dichiarazioni testimoniali della moglie dell’imputato, secondo cui l’impianto era stato posizionato a seguito del rilievo di mancanze di merci, ed era rivolto solo verso la cassa e le scaffalature. In questo modo, la decisione oggetto di ricorso non ha chiarito se l’installazione del sistema di videosorveglianza rilevato fosse strettamente funzionale alla tutela del patrimonio aziendale, né se l’utilizzo del precisato impianto comportasse un controllo non occasionale sull’ordinario svolgimento dell’attività lavorativa dei dipendenti, o, comunque, dovesse restare necessariamente “riservato” per consentire l’accertamento di gravi condotte illecite di questi ultimi».

In conclusione, la Suprema Corte ha annullato la sentenza impugnata con rinvio della causa al Giudice di merito per nuovo giudizio.

Stefano Capuano

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